Nelle ultime ore è scoppiata una notevole polemica nella comunità dei criptofans.

A provocarla è stato il CTO di Ripple, David Schwartz, rivelando di aver venduto tutti i Bitcoin di cui disponeva.

Una dichiarazione che è bastata per riportare proprio Ripple al centro della discussione, per le sue politiche ormai da tempo contestate da molti.

Cosa ha detto David Schwartz

Perché la rivelazione di David Schwartz sta sollevando tante polemiche?

Il motivo è da ricercare proprio nelle affermazioni da lui fatte a margine di questa notizia.

Ha infatti affermato che il Bitcoin sarebbe un asset troppo rischioso, ritenendo evidentemente di non voler correre un rischio troppo elevato.

Una affermazione che ha dato lo spunto a molti per chiedergli perché allora non applichi lo stesso metro di giudizio a Ripple.

Ogni mese, infatti, viene immesso sul mercato un notevole quantitativo di token con il fine, secondo i proponenti, di finanziare i progetti di sviluppo.

Una mossa destinata in pratica ad impedire che la quotazione di Ripple riesca a salire, rendendo molto rischioso l’investimento su questa criptovaluta.

La strana politica di Ripple

La politica portata avanti dal management di Ripple è ormai da tempo contestata da molti.

Che senso ha, in effetti, inondare in continuazione il mercato di token danneggiando in tal modo coloro i quali hanno avuto fiducia nel progetto?

La discussione delle ultime ore, che pure era partita incentrando il suo sguardo sul Bitcoin, definito da Adam Back e Nik Bougalis alla stregua di una semplice riserva di valore e, di conseguenza, non adatto per fungere da sistema di pagamento, come invece era nei piani originari, si sta ora trasformando in un atto di accusa verso Ripple.

Un vero e proprio autogoal

A molti, l’affermazione di Schwartz è sembrata un vero e proprio autogoal, riportando all’attenzione dell’opinione pubblica un dato di fatto, la politica seguita da Ripple, che appare alla stregua di un controsenso.

Quale sarebbe, in effetti, la ratio che potrebbe spingere da ora in avanti gli investitori a puntare su un asset sapendo che mese dopo mese l’immissione di token sul mercato è destinata a svalutare quelli già in circolazione?

Basti pensare al proposito che secondo un recente studio pubblicato da Messari, il tasso di inflazione di Ripple si attesterebbe quasi al 20%, a fronte di quello di Bitcoin, posizionato sotto il 2% dopo l’halving.

Un dato che è la conseguenza del fatto che se attualmente solo 45 dei 100 milioni di token preventivati sono sul mercato, ogni primo del mese se aggiunge un numero molto rilevante.