Il rapporto tra la criminalità e il Bitcoin continua ad essere molto dibattuto.

Sino a qualche anno fa, la più famosa delle monete virtuali era apertamente accusata di essere una vera e propria lavanderia di denaro sporco.

Ad emanare quello che assomigliava ad un editto era stato in particolare Davide Serra, il finanziere italiano noto per l’amicizia con Matteo Renzi e le partecipazioni alla Leopolda.

Uno dei tanti, peraltro, ad usare parole durissime contro l’icona della crittografia, rintuzzate però dai suoi sostenitori, i quali avevano precisato che il Bitcoin sarebbe eventualmente un deterrente contro la delinquenza, organizzata o meno.

La realtà, però, sembra dare ragione ai detrattori del Bitcoin, almeno stando ai dati nudi e crudi.

Il rapporto di Rand Corporation

A porre un punto fermo in tal senso, sembra essere uno studio elaborato da Rand Corporation su incarico di Electric Coin Company, il gruppo di lavoro che presiede le attività relative a ZCash.

In questo report, infatti, si attesta con chiarezza assoluta come il Bitcoin sia ancora la moneta virtuale prevalente nei mercati del Dark Web, ovvero la parte di Internet in cui avvengono le transazioni relative a droga, armi e traffico di esseri umani.

Il 57% di queste transazioni vedrebbero in effetti protagonista la creazione attribuita a Satoshi Nakamoto.

I dati di The Block

I risultati dello studio di Rand Corporation, peraltro, vanno a confermare per grandi linee quanto emerso da un altro rapporto, compilato stavolta da The Block.

In questo caso il dato che emerge è relativo al fatto che su 31 mercati darknet (mercati di e-commerce accessibili solo tramite reti come I2P e TOR) analizzati, il 93% supporta il Bitcoin.

Il quale, per effetto del dato rilevato, sarebbe la valuta dominante in questo genere di transazioni, insieme a Monero e Litecoin.

Un vero controsenso

Quanto affermato dai due studi in questione, sembra però un vero controsenso alla luce di uno studio condotto da Gaspare Jucan Sicignano, un ricercatore in diritto penale dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

Il quale ha pubblicato “Bitcoin e riciclaggio”, libro in cui afferma che proprio questo token sarebbe in effetti il meno indicato per proteggere chi mette in atto transazioni illecite.

Proprio la blockchain su cui è fondato, infatti, permetterebbe a chiunque di andare ad analizzare una transazione e conoscere il profilo delle persone interessate.

Anche nel caso in cui i portafogli coinvolti nelle operazioni fossero anonimi, infatti, basterebbe dispiegare semplici pratiche di digital forensic per portare tutto alla luce del sole.