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Quando si parla di Bitcoin, si punta l’obiettivo sui suoi incredibili margini di crescita, tali da farne un asset sempre più ambito, e anche temuto da chi pensa trattarsi di una vera e propria bolla.

Ormai da tempo, però, l’icona crittografica è molto discussa anche in relazione al suo impatto sull’ambiente. Ritenuto troppo elevato dai critici, a partire da Stephen Diehl, ingegnere informatico il quale ha di recente espresso le sue critiche su Twitter.

Una tesi che, però, trova anche voci contrarie, le quali controbattono anche criticando i dati al riguardo, che non sono assolutamente concordi.

La tesi di Stephen Diehl

Secondo Diehl, Bitcoin rappresenta una “gigantesca Chernobyl fumante”. Un giudizio pesantissimo, il quale però non terrebbe in conto il consumo di energia comportato dall’inefficiente sistema bancario per gestire sportelli automatici, filiali e server.

Oltre ad essere basato su dati i quali si dimostrano effettivamente improbabili, ad un attento esame.

Tanto da spingere infine a dubitare delle critiche mosse dai critici nei confronti dell’efficienza energetica di Bitcoin.

Ritenuto a sua volta uno spreco vergognoso, isolando però la sua rete da un contesto invece molto variegato.

I dati non concordano

Quando si parla dei consumi energetici della rete Bitcoin, il riferimento è solitamente ai dati forniti dal Cambridge Bitcoin Electricity Consumption Index (CBECI) o all’indice di consumo energetico di bitcoin di digiconomist.net, vero e proprio punto di riferimento per analisti e giornalisti mainstream.

Il problema consiste nel fatto che tra il consumo annuo indicato da CBECI e quello di digiconomist.net esiste una discrepanza effettivamente molto ampia.

Se le statistiche di digiconomist.net mostrano che la rete Bitcoin impiega 77,78 TWh, il CBECI indica invece 111,08 TWh.

Una differenza del 44% tale da spingere gli osservatori neutrali a porsi qualche quesito, evitando magari di dare vita a conclusioni affrettate.

Ulteriori spunti di riflessione

La discrepanza di dati riscontrata, potrebbe però dipendere dal fatto che la mappa elaborata da CBECI non è aggiornata, come è stato spiegato di recente a news.Bitcoin.com da un membro del team del Cambridge Center for Alternative Finance (CCAF). Lo sarà in effetti soltanto nel corso dell’anno appena iniziato.

Inoltre, i critici del consumo della rete Bitcoin sembrano non tenere minimamente in conto un altro dato della massima importanza.

Ovvero l’impiego di una notevole percentuale di energia elettrica proveniente da fonti rinnovabili.

Basti pensare che secondo il terzo Global Cryptoasset Benchmarking Study pubblicato nel corso del 2020 dall’Università di Cambridge, il 76% dei minatori di criptovaluta utilizza questo tipo di energia.

Mentre Deutsche Bank Research, l’Agenzia nazionale cinese per l’energia, Morgan Stanley e Coinshares affermano come il 78% dell’utilizzo di elettricità di Bitcoin provenga da fonti rinnovabili.

Dati i quali, in maniera abbastanza strana, non sono neanche presi in considerazione dai critici come Stephen Diehl.