La Cina si avvia a perdere il suo status di maggiore potenza nell’industria del mining di Bitcoin.

Ad affermarlo è una analisi pubblicata dalla società di analisi crittografica TokenInsight, il quale cita a sua volta i dati forniti dal Centre for Alternative Finance dell’università di Cambridge sul consumo di energia elettrica.

Secondo Johnson Xu, capo analista di TokenInsight le stime provenienti da Cambridge sarebbero in grado di fornire un’indicazione approssimativa del tasso di hash prodotto dal gigante asiatico.

Una caduta notevole

Nel mese di aprile, secondo TokenInsight, il tasso di hash rate dei miners cinesi avrebbe fatto registrare una flessione nell’ordine del 65,08%.

Nello stesso arco temporale, i dati in questione mostrano invece una crescita del consumo di elettricità da parte dei minatori Bitcoin negli Stati Uniti dal 4,06% al 7,24%.

Ancora più forte il tasso di crescita fatto registrare dai minatori del Kazakistan: se a settembre l’industria mineraria del Paese rappresentava l’1,42% del tasso di hash, il passato 7 maggio il dato era cresciuto sino a toccare il 6,17%.

Molte mining farm stanno chiudendo in Cina

Lo stesso Johnson Xu ha poi affermato che il dominio cinese sul settore è destinato a flettere ancora nell’immediato futuro.

Una contrazione derivante dalle oscillazioni dei prezzi e dal dimezzamento delle ricompense spettanti ai minatori per l’estrazione dei blocchi, che in Cina hanno avuto un impatto più forte rispetto al resto del mondo.

In particolare il secondo fattore si è fatto avvertire molto considerato come proprio nel Paese asiatico fosse presente un buon numero di macchine di vecchia generazione le quali non verranno rinnovate, essendoci un incentivo minore a farlo.

Ne consegue quindi un rendimento inferiore, con un dato complessivo sull’hash rate il quale verrà via via scalfito dall’aumento in tal senso garantito dal prossimo arrivo di nuovi macchinari più performanti.

A beneficiarne sarà soprattutto il Nord America

Quanto sta accadendo, era stato vaticinato prima dell’halving da CoinShares, quando ancora le aziende minerarie cinesi rappresentavano il 65% del totale, a livello globale.

Lo stesso rapporto aveva anche pronosticato un ruolo sempre più dominante del mining nordamericano, al tempo stimato intorno al 15%.

A favorire la tendenza è in particolare il fatto che i minatori cinesi sono finanziariamente indebitati.

Inoltre soffrono di vistose carenze nella catena di approvvigionamento, le quali vanno in particolare a colpire le apparecchiature ASIC di nuova generazione, mentre i minatori del Nord America possono contare su nuove fonti di energia economica e rinnovabile, oltre che di un maggiore sostegno da parte degli investitori.