Nella giornata di ieri, il giudice distrettuale Vanessa Baraitser ha stabilito che Julian Assange non sarà estradato negli Stati Uniti.

Una buona notizia per il fondatore di WikiLeaks, che in caso di estradizione sarebbe stato accusato di aver violato l’Espionage Act del 1917, con la pubblicazione di documenti forniti dall’analista dell’intelligence a stelle e strisce Chelsea Manning.

Salutata naturalmente con grande favore dal composito fronte formatosi a livello globale per perorare la causa del giornalista australiano.

Il quale, già in precedenza si era attivato con generose donazioni alla sua difesa. Tra le quali spiccano quelle in criptovaluta.

Donazioni in denaro digitale a favore di Julian Assange

E’ stato Whale Alert, sul suo profilo Twitter, ad affermare che la difesa legale di Julian Assange sarebbe stata oggetto di massicce donazioni in Bitcoin nel corso dell’ultima settimana.

In particolare, nella giornata di ieri un anonimo donatore ha trasferito 8,48 Bitcoin sull’indirizzo reso noto in precedenza dalla difesa, ovvero una cifra che considerata la quotazione attuale del token, si aggirerebbe intorno ai 275mila dollari.

I quali si sono aggiunti ai 4,51 donati da un altro sostenitore nella giornata del 30 dicembre. Soldi di cui, comunque la difesa avrà bisogno nel corso delle prossime settimane per chiarire il destino di Assange.

Una vittoria a metà?

E’ stata Stella Morris, attuale compagna del giornalista, a mettere in rilievo come il governo degli Stati Uniti non abbia in effetti ritirato le accuse contro Julian Assange e potrebbe quindi presentare appello contro la sentenza.

Inoltre, un altro giornalista di grande fama, Glenn Greenwald, ha voluto sottolineare l’ambiguità della sentenza, in un messaggio affidato a Twitter. “Non è una vittoria della libertà di stampa. Al contrario, il giudice ha detto chiaramente di credere che ci siano motivi per perseguire Assange per la pubblicazione dei documenti”.

Il sostegno della comunità crypto

Proprio per questo motivo, sarà necessario un sostegno economico alla difesa del fondatore di WikiLeaks, che la comunità crittografica non sembra voler lesinare.

Tra coloro che si sono esposti nel corso delle ultime ore in suo favore, c’è anche Adam Back, il CEO di Blockstream, il quale ha affermato che Assange è colpevole solo di aver fatto il suo mestiere.

Resta comunque da capire cosa potrebbe accadere ora, anche alla luce della dichiarazione fatta da Andrés Manuel Lopez Obrador e riportata dalla Reuters.

Il presidente messicano avrebbe infatti offerto asilo politico ad Assange da parte del suo Paese, in considerazione del suo operato giornalistico.

Mentre sembra ormai da escludere l’ipotesi di una grazia concessa da Donald Trump prima del suo addio alla Casa Bianca, la quale era circolata con una certa insistenza nei giorni passati.

In attesa che la situazione si chiarisca in maniera definitiva, Assange continuerà ad essere detenuto nelle carceri britanniche.