Come è noto, più volte nel passato sono state mosse al Bitcoin accuse relative al suo essere lo strumento preferito dell’economia criminale.

Particolarmente esplicita, in tal senso, fu quella mossa dal finanziere Davide Serra, noto per le sue presenze alla Leopolda, la kermesse organizzata ogni anno da Matteo Renzi.

Il fondatore di Algebrys, infatti, aveva accusato senza mezzi termini la creazione attribuita a Satoshi Nakamoto di essere una vera e propria lavanderia di capitali sporchi.

Una accusa respinta al mittente dai criptofans, i quali avevano in particolare ricordato come la presenza della blockchain sia in pratica un deterrente per i criminali.

Il report di Crystal Blockchain

Ora, però, a rimescolare le carte arriva uno studio pubblicato da Crystal Blockchain, tendente ad analizzare le transazioni che hanno luogo sul Dark Web, ovvero la parte più nascosta di Internet nota per i traffici illegali.

Secondo gli analisti che hanno redatto il rapporto, nel corso del primo trimestre dell’anno in corso si sarebbe registrata una crescita del 65% dei volumi di Bitcoin scambiati sul dark web, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Si tratta però di un dato abbastanza fuorviante, in quanto in realtà i token scambiati nel corso del periodo in questione sono diminuiti, mentre è aumentato il controvalore scambiato in dollari statunitensi.

Nel primo caso il dato è passato da 64mila a 47mila, mentre nel secondo la crescità è stata da 384 a 411 milioni di dollari.

Le conclusioni di Crystal Blockchain

Nonostante le contraddizioni palesate dal report, gli analisti di Crystal Blockchain affermano che il Bitcoin continua ad essere molto utilizzato sul Dark Web, proprio nelle operazioni che comportano il traffico di droga o di armi.

Sembra quindi che la criminalità informatica non abbia alcuna intenzione di prestare fede alle voci che indicano proprio nella regina delle criptovalute uno strumento inadeguato per chi intenda rimanere anonimo.

Perché Bitcoin non sarebbe indicato per le attività criminali?

La tesi dei criptofans è che il Bitcoin sarebbe il mezzo meno adatto per favorire l’economia criminale e il suo bisogno di anonimato.

Bisogno che la cripto più famosa non sarebbe in grado di soddisfare, proprio per il suoi legame con la blockchain, registro che va a conferire ufficialità ai dati relativi alle transazioni.

Dai quali si può facilmente risalire agli estremi di chi conduce le operazioni, utilizzando tecniche di digital forensic.

Una avvertenza che, a quanto pare, non sembra in grado di scoraggiare gli utenti del Dark Web, almeno sino a quando potranno continuare ad operare indisturbati.