“Vi racconto mio padre, Sergio Endrigo, artista dimenticato dagli addetti ai lavori”

di | 5 marzo 2014 | attualità | 0 commenti

di Paola Medori

endrigo“Amato dal pubblico e dimenticato dagli “addetti ai lavori”, Claudia Endrigo, figlia del cantautore Sergio Endrigo, racconta suo padre, scomparso ormai da quasi 10 anni. Il suo sogno? Un grande concerto con tanti artisti per ricordare tutti insieme l’autore e interprete di “Io che amo solo te” e molti altri successi della musica italiana.

Ha visto l’ultima edizione del Festival di Sanremo, pensa che la musica italiana abbia dimenticato suo padre e in che modo può rendergli omaggio?

Ho visto il Festival e vorrei raccontarti un aneddoto. Sanremo 2006, papà era scomparso da pochi mesi (7 settembre 2005), si apre il Festival e nessuno lo nomina. A quel punto faccio una telefonata (non ti dico a chi) e faccio presente questa cosa. Dopodiché, il conduttore lo nomina e il pubblico non smette più di applaudire. Negli anni successivi è stato ricordato, ma sempre con grande superficialità e lui di Festival ne ha fatti ben 9 arrivando primo, secondo, terzo e vincendo il Premio della critica nel 1973 con “Elisa, Elisa”. La musica italiana, o meglio, i musicisti non lo hanno dimenticato altri decisamente si. Hai notato che, finita la bellissima esibizione di Mengoni, Fazio su papà non ha detto praticamente niente? Il mio sogno è un grande concerto con tanti artisti per i dieci anni dalla sua scomparsa.

Quale cantate italiano di oggi le ricorda maggiormente suo padre?

Devo dire fortunatamente nessuno. Ogni artista dev’essere unico e inimitabile. Sennò che artista è?

Della scuola genovese con chi suo padre è rimasto legato nel corso degli anni?

Papà rimase sempre in contatto con Bruno Lauzi. Altro grande artista dimenticato e non faceva parte di nessuna scuola.

Sergio Endrigo ha regalato grandi emozioni con il suo talento, pensa che a distanza di anni sia stato trascurato maggiormente dal pubblico o dagli “addetti ai lavori”?

Mio padre è stato dimenticato dagli addetti ai lavori. Se pensi alle centinaia di trasmissioni prima del Festival e nessuna lo ha nominato ma la gente lo ama e tanto.

Molto apprezzato in Brasile, ha scritto le pagine della storia musicale italiana e vanta illustri collaborazioni. Chi gli è rimasto sempre accanto?

Per quanto riguarda il Brasile sicuramente Vinicius De Moraes. La loro è stata un’amicizia vera e profonda segnata da capolavori come “La vita amico, è l’arte dell’incontro”, “L’Arca ed Esclusivamente Brasil”, un disco registrato interamente a Rio de Janeiro che contiene un Samba para Endrigo, scritta appunto da Vinicius.

Può confessarci un aspetto poco noto di suo padre, un retroscena o un ricordo privato particolare?

Una delle doti che ho sempre amato di mio padre era la sua grande umiltà. Lui diceva che faceva il mestiere del cantautore come chi fa l’avvocato o il pittore o l’idraulico. Si imbarazzava quando lo definivano poeta. Era un uomo “normale” nel significato più bello del termine: amava la famiglia, i viaggi, la buona cucina, il mare e gli amici.

Finalmente un Oscar postumo e meritato. Ci parli della storia e della querele sulle musiche de “Il postino”. Come un’amicizia che durava da tanti anni con il maestro Bacalov si è trasformata in una guerra?

Questa domanda mi fa quasi sorridere. Non so chi abbia deciso di diffondere questa notizia. Vorrei chiarire che non c’è stato, né mai ci sarà un Oscar postumo. Questa triste e dolorosa vicenda si è conclusa con una transazione miserrima che non copre nemmeno le spese di 18 anni di causa. Basta fare una verifica alla Siae per vedere che io non ho la copaternità del brano. È stata, però, una vittoria morale perché, dopo tanti anni, tutti erano ancora dalla parte di papà. Ti posso assicurare che io avrei voluto che papà vincesse la causa, da vivo, ma siamo in Italia e dopo 18 anni mi sono vista costretta insieme agli altri autori a chiudere in questo modo.

Una presenza anche in un film per la Rai “Tutte le Domeniche Mattina” di Carlo Tuzii, perché non ha proseguito questa esperienza?

Mi fa piacere che tu mi faccia questa domanda. Non so se hai avuto modo di vedere il film, trasmesso un’unica volta nel settembre del 1972 sulla Rai e presentato anche al Festival di Venezia. Non so perché papà non ne abbia fatti altri perché come attore era davvero bravissimo.

Profughi giuliani e dalmati a Brindisi, come ha vissuto quella esperienza da “esiliato”?

Papà, è stato costretto a lasciare l’Istria come purtroppo oltre 350.000 italiani a causa della dittatura di Tito. Grazie al cielo non ha vissuto da esule e non è stato costretto a crescere nei campi profughi che non erano campi ma vergogne. Ha avuto la fortuna di avere dei parenti che lo hanno aiutato. Lui aveva dichiarato in più occasioni che all’epoca non si era reso conto di quello che stava succedendo e che ne aveva preso coscienza molto più avanti, scrivendo poi la struggente 1947. Vorrei aggiungere che sarebbe stato in prima fila ad applaudire Cristicchi nel suo magnifico Magazzino 18! Mia nonna si che ne aveva sofferto al punto di non parlarne mai.

La canzone che più le ricorda sua padre nel repertorio o che lui ha scritto per lei?

Sicuramente “Altre emozioni”, la sua ultima canzone. Aveva ancora cosi tanto da dare al suo pubblico.

Che padre è stato?

È stato un padre come tanti altri. A tratti un po’ assente, ma ci siamo amati da morire e come in tutti i grandi amori che si rispettino ci sono state anche delle “spaccature” ma era e sarà sempre il più grande amore della mia vita.

Che rapporto aveva con la politica, la seguiva con partecipazione?

Si è sempre dichiarato un uomo di sinistra ed è stato tesserato Pci fino alla morte di Berlinguer. Poi era schifato, come lo siamo tutti noi credo. In fondo penso che fosse anarchico, come me.

È vero che suo padre si arrabbiava moltissimo quando Alighiero Noschese lo imitava?

All’epoca sì, si arrabbiò moltissimo. Papà è stato imitato solo da lui e non avendo caratteristiche particolari era ed è praticamente inimitabile. Noschese ne fece un’imitazione di dubbio gusto cantando con le ballerine vestite a lutto “per fare la bara ci vuole il morto”.

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