Vi racconto don Gallo, il prete con il Vangelo e la Costituzione in tasca

di | 1 marzo 2014 | attualità | 0 commenti

di Paola Medori

don GalloIl 22 maggio scorso veniva a mancare don Andrea Gallo, prete di strada, come lui stesso amava definirsi, fondatore e animatore della Comunità di San Benedetto al Porto di Genova. Un uomo controcorrente, come spesso ci si deve mostrare se davvero si vogliono seguire le orme di Gesù che, come ha, di recente sototlineato, Papa Francesco, non è venuto sulla terra “per insegnarci le buone maniere”. Ne abbiamo parlato con la sua assistente, Elisa Rinaldi.

Come vi siete conosciuti e in quale occasione è nata questa collaborazione?

Sono nata e vivo a Genova. Già negli anni ’80 in città si iniziava a sentir parlare di Don Gallo e anche se la Comunità di San Benedetto era nata da pochi anni, lui era una figura nota. Già allora conosceva mezza città. In un momento della mia vita in cui ero alla ricerca di sensi più profondi alcuni amici mi consigliarono di recarmi alla comunità e parlare con lui. Così feci. Era il 1986. Quando ci incontrammo nacque quasi immediatamente una comprensione vicendevole, e così iniziai a collaborare con lui su vari temi e fronti. Dopo qualche anno abbandonai questa strada, nel frattempo mi ero sposata e stava per nascere mia figlia. Ho sempre concepito in modo “totale” la collaborazione con Don Andrea, e quindi per molti anni, e cioè sino a quando Alessia non diventò sufficientemente autonoma, il mio rapporto di collaborazione venne interrotto. Quando ripresi, negli ultimi anni della sua vita, fui nuovamente assorbita in maniera molto forte; nel frattempo la sua figura era diventata arcinota anche sotto il punto di vista mediatico. Don Andrea partecipava a incontri, dibattiti, era sulla scena ogni qualvolta ci fosse da promuovere, difendere, sottolineare, urlare, se necessario, i temi a lui cari. Con orari davvero “impossibili”, la sua antica attitudine a dormire poco la notte non era cambiata e quasi ogni giorno c’era qualche impegno, spesso anche lontano da Genova, con rientri nelle ore mattutine…

Libero, laico e pensatore. Cosa è stato per lei Don Gallo?

Don Gallo per me è stato innanzitutto un uomo, il suo “cercare di restare umano”, una delle frasi che amava ripetere, si traduceva in una ricerca costante di mettere in pratica il suo pensiero: era una persona che emanava in un modo “indefinibile” una “luce”. Non è un concetto semplice da spiegare, niente di sovranormale, qualcosa che ti nasceva dentro e che capivi provenire da lui. Spesso ho avuto modo di constatare questo suo grande dono, le persone che lo incontravano, a partire dai giovani, si sentivano in qualche modo “arricchite”. La sua laicità, che veniva da lui stesso anteposta al suo essere uomo di dio, era il tratto che lo caratterizzava più fortemente, anche proprio perché era un prete e si sentiva legato alla sua chiesa, che, come spesso ripeteva, considerava la sua casa. Sia chiaro, laicità non vuol dire laicismo. Per lui, infatti, la laicità era un luogo dove tutti possono esprimere le proprie idee, la propria posizione, professare la religione propria, uno spazio ottimale dove si può svolgere la libertà di tutti i cittadini. Libero come può essere libera una coscienza che si fa auto-consapevolezza e riesce a volare in alto, in profondità e trasversalmente, che accetta “le regole” ma che ne inventa anche di nuove e prova a proporle, che non si sottomette ai poteri per nessun tipo di convenienza o vantaggi e che rischia in ogni momento della sua vita. Pensatore, inevitabilmente per un uomo che aveva fatto scelte così forti e radicali: grande parte della sua vita era dedicata alla lettura, all’approfondimento di concetti “essenziali” che riguardavano la fede, la politica, l’interreligiosità, il dialogo tra popoli, la ricerca della pace, e tutti gli argomenti sui quali è bene avere le idee chiare per poterne poi parlare a “ragion veduta”. Il tutto partendo naturalmente dalle sue posizioni: Don Gallo è riuscito a realizzare una performance che ha coinciso con una vita dedicata al dissenso: credeva in un Dio diverso da quello imposto, e soprattutto in un futuro legato alla salvezza del presente.

Lo ha mai visto cedere o vacillare?

Uno dei pregi che gli hanno assicurato rispetto, stima anche da parte di chi la pensava in modo differente è stata proprio la sua coerenza, portata avanti sempre e in ogni momento della sua vita. Se l’ho visto vacillare? Certamente, era un uomo, a volte lo sconforto, di fronte a talune situazioni, era forte. Ma la ripresa era quasi immediata. .. aveva una forza d’animo e una fede che col tempo erano diventati di acciaio.Però soffriva molto, l’empatia che lo caratterizzava lo rendeva partecipe di ogni cosa che gli accadeva di incontrare per la sua strada, e nella Comunità, che era la sua anima, erano all’ordine del giorno situazioni di disagio, di disperazione, di lutto. Così spesso mi è accaduto di vederlo stremato, di capire che si sentiva “impotente”, che avrebbe voluto fare molto di più… Momenti di “rabbia”, delusione, fatica, ma davvero il suo motto rimase sempre quello di quando diventò partigiano: Osare la speranza. Introdusse un nuovo metodo pedagogico: dare fiducia ai ragazzi, impegnato nel recupero degli emarginati, dei lontani e degli esclusi.

Che rapporto aveva con i giovani e da dove gli arrivava tutta questa forza?

Don Gallo aveva avuto da sempre un ottimo rapporto con i giovani, fin da ragazzo, sulla nave-scuola Garaventa e successivamente, per tutto il suo percorso, i giovani sono sempre stati al centro delle sue attenzioni e pensieri. Lui credeva in loro, capiva che un’educazione repressiva non portava dove si desiderava, uno dei suoi “motti” era educare senza punire, naturalmente poi esteso a problemi molto forti, come l’abuso di sostanze, con un’idea di fondo “rivoluzionaria” per quei tempi. Don Gallo era un salesiano e Don Bosco è sempre stato un suo punto di riferimento, dove la premessa principale era: Vuoi farti obbedire? Prima fatti amare. Sostenitore del principio pedagogico per il quale i giovani non hanno bisogno di maestri ma di testimoni, la sua vita fu la ricerca costante della messa in pratica di questi principi.

Che tipo di prete era, don Gallo?

Diverso dagli altri sacerdoti sia su un piano umano che ideologico. Aveva una spiritualità viva che a volte gli ha procurato feroci critiche soprattutto per le sue idee politiche. In cosa si distingue rispetto agli altri. Don Gallo era “diverso”, nel senso di “radicalmente” cristiano e per lui il messaggio evangelico era rivoluzionario, certamente non moderato! Era un prete “da marciapiade”, come amava autodefinirsi. Incomprensioni con la sua tanto amata Chiesa erano inevitabili, ma la sua intelligenza acuta e anni di studi delle scritture lo tenevano al riparo da “sanzioni disciplinari”, per non parlare di scomuniche. Lui ci teneva moltissimo a dire che nella sua vita non aveva mai avuto ufficialmente alcun richiamo, tanto meno scomuniche!! Aveva avuto dei “colloqui” con le gerarchie, per esempio con il Cardinale Siri, ma camminava con il vangelo in una tasca e la costituzione nell’altra… La sua fedeltà a Don Bosco non venne mai meno, raccontava spesso di aver ricevuto da Gesù il suo biglietto da visita, dove c’era scritto: Son venuto per servire e non per essere servito… Riteneva che i cristiani non fossero esenti dalla responsabilità storiche (dalla politica) e i valori ispirati al Vangelo erano per lui irrinunciabili: l’equità sociale, la giustizia per tutti i cittadini, il rispetto dei valori fondamentali per ogni essere vivente: lavorava instancabilmente perché si passasse da una solidarietà “assistenziale” ad una solidarietà “liberatrice”: per lui l’obiettivo era, per esempio, eliminare le mense per i poveri e questo era possibile solo attraverso la ricerca della giustizia sociale. Il fine primario era fornire i mezzi alle persone per diventare soggetti autonomi della loro vita, puntando all’unione, alla ricostruzione del tessuto connettivo nelle nostre città, smantellato dal “mostro” del Capitalismo. Insomma, un vero “rivoluzionario”!

Come pensava di Papa Francesco?

Sin dai primi momenti potè dire che si vedevano già primi segnali di rottura con il passato e con l’idea di una chiesa arroccata e chiusa in sé stessa. Pensava fosse giunto il momento del “dentro tutti”, di una chiesa aperta, capace di riconoscere a ogni persona il suo essere figlia di Dio indipendentemente dalla confessione cui appartiene e che sempre deve ricevere dalla Chiesa un messaggio di misericordia e mai di intransigenza. È andato via con la speranza nel cuore.

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