Venditto: “Vi spiego come una madre può uccidere il figlio”

di | 25 ottobre 2013 | attualità | 0 commenti

VendittoAd Abbadia Lariana, un piccolo centro sul lago di Como, una venticinquenne  ha accoltellato e ucciso il figlioletto di poco meno di 3 anni. L’infanticida, nata in Costa d’Avorio, vive da tempo nel lecchese, dopo aver sposato un artigiano del posto. Dopo l’esito dei primi accertamenti per l’ivoriana sono scattate le manette. Tra le ipotesi al vaglio degli inquirenti per cercare di spiegare il gesto vi sarebbe la depressione post partum, in quanto di recente  la giovane era diventata madre per la seconda volta. Di questo ed altri aspetti connessi abbiamo parlato con la professoressa Maria Olimpia Venditto (nella foto), specialista in criminologia clinica, avvocato e magistrato onorario che, nel corso della sua lunga attività di ricerca, ha affrontato questioni estremamente difficili e delicate.

Ci troviamo di fronte all’ennesimo caso di uccisione del proprio figlio da parte di una madre. Come dobbiamo comportarci di fronte ad un episodio del genere?

Per la natura umana è difficile accettare l’idea che la soppressione di un individuo, già eticamente disturbante se attuata da estranei, possa avvenire ad opera di chi, oltre ad essere legato alla vittima da un vincolo di consanguineità, l’abbia, addirittura, generato. Tanto è vero che, quando, contrariamente ad ogni aspettativa sociale, tali fatti accadono, la pubblica opinione risponde quasi sempre etichettando aprioristicamente i loro autori come esseri deprivati dei minimi requisiti di sanità psichica, in modo da sortire inconsciamente un duplice risultato. In effetti, il riconoscimento di una “diversità” mentale in chi mette in pratica simili azioni permette, non solo di prendere le distanze dal suo modo di agire, isolandolo ed allontanandolo da sé, ma anche di giungere rapidamente ad una possibile spiegazione di queste condotte, senza mettersi in discussione. All’origine dell’attivazione di questo peculiare modo di ragionare e categorizzare vi sarebbe, quindi, soprattutto l’esigenza, sia individuale che collettiva, di placare un disperato bisogno di essere tranquillizzati e deresponsabilizzati insieme.

 Insomma non c’è possibilità di “perdono sociale” per le donne libericide?

La credenza secondo cui l’amore materno verso la propria prole è senz’altro innato e, quindi, istintivo, naturale, viscerale e irrinunciabile, in contrapposizione all’attaccamento paterno, decisamente più tiepido, perché acquisibile, per converso, solo se e quando componenti psicologiche e socio-culturali lo favoriscano, non è stata ancora scientificamente dimostrata, pur risalendo a tempi immemorabili, come testimoniano, tra l’altro, alcune leggi draconiane risalenti al diritto romano (Lex  Cornelia de sicariis et veneficis, Lex Pompeia de parricidiis) e germanico (Lex Visigotorum), che, distinguendo nettamente i casi in cui l’uccisione dei figli fosse opera del padre da quelli in cui la stessa fosse attribuibile alla madre, contemplavano, sulla base di questa discriminante sessista, la pena di morte unicamente in relazione a questa seconda ipotesi. Conseguentemente, la nostra posizione mentale di rigorosa chiusura all’idea che una madre possa provare sentimenti ambivalenti nei confronti dei propri figli sarebbe da ascrivere, per lo più, ai pregiudizi culturali sulla maternità e sul contegno che una madre deve avere verso i figli, trasmessici generazionalmente, proprio sulla base di questa visione che differenzia nettamente le origini e la natura delle reazioni affettive dei genitori di sesso opposto nei confronti della prole. Del resto, anche le leggende e i miti, che, indubitabilmente, affondano le radici nella realtà, lasciano intendere che un comportamento simile, per quanto esecrabile, può essere messo in atto anche da chi il figlio l’ha portato in grembo e partorito.

Come si spiega il fenomeno?

La ricostruzione criminodinamica e criminogenetica di questo particolare comportamento omicidiario non può prescindere dall’analisi dei possibili fattori che possono influire sulla complessa rete di relazioni che lega la madre al figlio. Bisogna considerare, dunque, il punto di vista psicologico e psicoanalitico, quello sociologico e quello psichiatrico.

Partiamo dal punto di vista psicologico e psicoanalitico.

Alcuni  affermano che la capacità delle madri di avere cura e protezione dei figli dipenda dal progesterone ovarico, un ormone di cui è privo l’uomo. In realtà, lo sviluppo di tale attitudine dipende anche da quelle implicazioni di carattere psicologico e sociale che agiscono sulla bambina prima che diventi donna e che, nel corso dell’evoluzione della stessa, contribuiscono a configurare le sue immagini interne, in particolare quelle della madre, del padre e dei loro sostituti. Si pensi, per esempio, all’esperienza che la donna riceve come figlia, che poi può, tanto convertirsi in tendenza materna attiva, inducendola a riproporre nei confronti dei figli gli schemi sperimentati dai suoi stessi genitori con lei e con i suoi eventuali fratelli, tanto provocare, al contrario, risultati del tutto opposti. Quindi, sulla complessa ed articolata condizione psicologica individuale legata alla maternità può agire, con meccanismo circolare causa-effetto, anche il processo d’identificazione con i propri genitori. Logicamente, la prima figura rilevante è la madre con la totalità dei suoi comportamenti, i quali costituiscono la base del processo d’acquisizione della funzione materna che sarà espletata nella piena maturità della donna. Se quest’ultima si sarà identificata col fantasma della buona madre, la sua relazione col figlio sarà senz’altro positiva; se, viceversa, la donna porta ancora irrisolto dentro di sé il primordiale conflitto amore-odio, il sentimento di colpa che ne deriverà disturberà tutte le sue relazioni future. In effetti, la donna che non abbia risolto l’odio verso la propria madre, avrà paura di amare il proprio figlio e si limiterà a dominarlo o negarlo.

 E sotto il profilo sociologico?

La psiche di un adulto risulta minacciata da una infinita serie di fattori esogeni derivanti dalle disarmonie e dalle contraddizioni del nostro modo di vivere, tendenti ad erodere l’equilibrio psichico di ciascuno di noi. Sulla dimensione psicologica della maternità, quindi, gioca un ruolo determinante, non solo l’ambiente psicologico familiare, ma anche l’ambiente sociale. Del resto, la relazione madre-figlio non è un rapporto a due, da cui sono esclusi tutti gli altri, e si consideri pure che, man mano che cresce, fino a diventare adulta, una donna vive i suoi molteplici ruoli, compreso quello di figlia e di madre, in un contesto abbastanza ampio in cui ciascuno ha una parte. Va da sé, quindi, che, intorno al primitivo inconscio della donna adulta che diventa madre, costituitosi nella lontana relazione con la propria madre e col proprio padre, si è andata costruendo una serie di nuovi rapporti e di scambi con l’ambiente col quale la donna è entrata in contatto. Tali relazioni, al pari delle prime esperienze infantili coi genitori, si riveleranno in seguito altrettanto strutturanti ai fini della sua maturità di donna e della sua capacità di assumere il ruolo di madre.

Consideriamo, da ultimo, il punto di vista psichiatrico.

Statisticamente, le madri che uccidono i figli, affette da vizio di mente al momento del delitto, costituiscono la stragrande maggioranza. La patologia mentale di più frequente riscontro è la schizofrenia, con vissuti prevalentemente persecutori, altre condizioni morbose sono le immaturità o anomalie della personalità, le forme depressive, molto frequenti al giorno d’oggi, gli stati d’ansia, le nevrosi ossessive o isteriche e gli stati epilettici. Rientrano nel quadro psichiatrico, anche gli omicidi verificatisi nel  corso delle cd. psicosi puerperali, termine, quest’ultimo, utilizzato per riferirsi a sindromi psichiatriche eterogenee, come quadri depressivi lievi e transitori, espressione di disturbi dell’adattamento, e manifestazioni depressive o maniacali di diversa gravità. Si tenga presente, però, che molti negano la reale incidenza della patologia sul gesto omicidiario, ritenendo che, nella maggior parte dei casi, definire “malate di mente” le madri che uccidono i propri figli significa solo collocare nella categoria del morboso quelle condotte maggiormente disturbanti l’etica comune, e che, quindi, il ricorso a tale etichetta costituisca soltanto un comodo éscamotage per deresponsabilizzare la società. In effetti, ancora oggi non si riesce ancora ad accettare la figura della madre cattiva o della madre omicida sana di mente e la censura che opera in ciascuno di noi e che esprime l’imperioso bisogno di essere rassicurati sulla solidità dell’istinto materno sembra non risparmiare neppure gli psichiatri.

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