“Tra cinque minuti in scena”, Laura Chiassone racconta il rapporto madre-figlia

di | 17 ottobre 2013 | cinema | Commenti disabilitati su “Tra cinque minuti in scena”, Laura Chiassone racconta il rapporto madre-figlia

intervista film“Tra cinque minuti in scena” è il primo film della regista milanese Laura Chiassone, un’opera prima indipendente e potente, girato in solo due settimane presso il teatro Sant’Andrea di Milano e con un cast di attori molto bravi, Gianna Coletti che interpreta se stessa, Anna Coletti, Gianfelice Imparato e Anna Canzi.

Una storia che racconta il legame tra due donne forti, una madre e una figlia che affrontano la vecchiaia e i ruoli che si invertono. Un amore delicato e ironico in un gioco di specchi tra realtà e finzione, tra teatro e vita documentata.

Gianna, la figlia, per vivere fa l’attrice e si prende cura di Anna, una madre anziana e cieca ma soprattutto una donna ingombrante e dal carattere deciso. Una relazione autentica che fa ridere e commuovere in un racconto che appartiene a tutti.

La regista Laura Chaissone è riuscita a miscelare, in modo armonioso, tre differenti modi espressivi, cinema, teatro e documentario trovando un linguaggio condivisibile. “Tra cinque minuti in scena”  tratta un tema importante vissuto da molti ma che si abita da soli. Un film che è diventato anche un blog “Mammaacarico” gestito direttamente da Gianna Coletti. Non un contenitore di dolore ma un modo per restituire leggerezza attraverso l’ironia.

Come nasce l’idea del film?

Il film nasce dall’incontro tra me e Gianna, un’attrice di teatro con cui ho lavorato assieme diverse volte. Gianna ha incominciato a scrivermi delle email bellissime raccontandomi la sua relazione d’amore, di dipendenza e cura con sua mamma. Queste email erano in grado di farmi ridere di situazioni di fatto tragiche. Quindi è nata spontaneamente una curiosità e sono andata a conoscere Anna Coletti.  È stato un colpo di fulmine. È una donna che ti spiazza, ti strappa l’anima perché, nonostante sia così allo stremo delle forze, al confine della vita, ha un’energia vitale, un sarcasmo – unito a un senso del melodramma – che mi hanno conquistato.

Dal teatro al grande schermo, quale è stato il passo?

Il film nasce da questo impatto con una realtà che mi ha sedotta. Ho girato poche immagini, le ho mostrate a Marco Malfi, il produttore, che mi ha detto: è un tema importantissimo, attuale, facciamoci un film! e poi è nata l’idea di fare la messa in scena teatrale, una delle soluzioni tecnico creative che ci permetteva di girare in così poco tempo. E poi abbiamo scelto la commedia, come  linguaggio del cinema, per portare un tema così difficile, in modo facile, a tutto il pubblico.

Quale è stato il tuo approccio nell’affrontare un tema così importante come quello della non autonomia?

Abbiamo toccato una tematica importante con una nota di bellezza e di gioia in una situazione di evidentissima difficoltà. Questa è la storia del film. L’idea è stata proprio quella di lavorare per contrasto e, assolutamente, nella direzione della leggerezza e della commedia immediata. I personaggi della commedia teatrale sono dei cliché, abbiamo costruito dei canoni, quello dell’anziano, della figlia. È stato un gioco bellissimo per un regista, il gioco della in scena, della messa in scena, della realtà, della finzione e il dietro le quinte. Sono contenta di vedere che questo gioco sia rimasto un escamotage narrativo che non ha appesantito la storia.

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