Santacroce: l’indulto unica soluzione contro il sovraffollamento delle carceri

di | 24 gennaio 2014 | attualità | 0 commenti

SantacroceIl sovraffolamento delle carceri è un’emergenza nazionale che va affrontata subito. Su questo le istituzioni sono tutte d’accordo, ma niente ancora è stato messo in pratica.”È un fatto che lo scontro politico e istituzionale che va avanti ormai da tempo, ha contribuito a rallentare il percorso riformatore di cui il Paese ha urgente bisogno”, ha detto il ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri, nel suo discorso all’inaugurazione dell’anno giudiziario.
In attesa di “riforme di sistema” non c’è “altra via che l’indulto” per ridurre subito il numero dei detenuti”, scarcerando chi “non merita di stare in carcere ed essere trattato in modo inumano e degradante”. È la soluzione proposta dal primo presidente della Cassazione Giorgio Santacroce (nella foto).
Il magistrato poi sottolinea che “meritano consenso” le proposte delle Commissioni istituite presso il ministero della Giustizia per snellire il processo civile e smaltire l’arretrato e, sul versante penale, le proposte tese “a restringere l’area delle sanzioni detentive e a contenere il ricorso alla custodia cautelare, acquisendo una maggiore consapevolezza critica della sua funzione di extrema ratio da utilizzare entro i confini più ridotti possibili”.
Nella sua relazione per l’inagurazione dell’anno giudiziario, Santracroce poi fa presente che “la riforma delle riforme” di cui l’Italia ha bisogno è quella della prescrizione cui “veniamo ripetutamente sollecitati da organismi internazionali, da ultimo il rapporto Ocse, che deplorano l’alta percentuale di delitti di corruzione dichiarati estinti per tale causa”.
Ancora, ai Guardasigilli Severino e Cancellieri, dice il primo presidente della Cassazione, “va riconosciuto il merito di aver mostrato fermezza mantenendo dritta la barra del cambiamento” sul taglio dei tribunali, “allo stesso pragmatismo si ispira il ‘decreto del fare’ del giugno scorso che ha rafforzato le risorse umane degli uffici giudiziari” e ha reintrodotto “la mediazione come strumento di deflazione del contenzioso civile”.
Un tema delicato è quello della tortura. “Non può esserci una efficiente Europa dei mercati, se ad essa non si accompagna una forte Europa dei diritti” sottolinea Santacroce, rilevando che sul fronte dei diritti umani ci sono “gravi inadempimenti degli obblighi assunti dal nostro Paese”. In primis, la mancata introduzione del reato di tortura e il persistere dei processi ai contumaci.
Circa il sistema giustizione, “dobbiamo avere il coraggio di interrogarci su ciò che non ha funzionato e continua a non funzionare nell’esercizio del potere diffuso, nel sistema di autogoverno e nell’associazionismo giudiziario che pure, nella loro essenza, costituiscono esperienze feconde, positivamente apprezzate anche fuori dal nostro Paese” ammonisce Santacroce.
“La crisi economica in atto – evidenzia il magistrato – ha generato un forte incremento dei procedimenti esecutivi (anche mobiliari), dei fallimenti, delle procedure di concordato preventivo, delle modifiche delle condizioni patrimoniali nelle separazioni personali dei coniugi, dei decreti ingiuntivi e dei licenziamenti con il rito Fornero”.
Nello specifico, “l’andamento della giustizia penale non presenta un quadro di criticità accentuato rispetto a quello degli anni scorsi, anche se non si registrano significativi miglioramenti nella durata dei procedimenti”, fa presente Santacroce. Gli ultimi dati rilevano che allo scorso 30 giugno, erano iscritti 3.333.543 procedimenti contro autori noti, con un aumento dell’1,8% rispetto al periodo precedente. I procedimenti definiti sono lievemente aumentati (3.195.664) ed è salita pure la pendenza (3.237.258). Per quanto riguarda i tempi, il magistrato osserva che “continua la tendenza alla riduzione dei tempi medi per le corti di appello (da 899 a 844 giorni), che sono tempi ancora troppo distanti dal parametro di due anni indicato dalla Corte di Strasburgo, a conferma che il giudizio di appello rappresenta il vero ‘imbuto’ che rallenta tutto lo svolgimento del processo penale nel circuito dell’impugnazione, rendendo indifferibili interventi organizzativi e normativi”. Nell’ultimo anno, rileva ancora Santacroce, “la durata media dei procedimenti penali, dalla iscrizione della notizia di reato fino alla sentenza definitiva, è stata di circa cinque anni”. “Non sono perciò giustificate espressioni come ‘collasso’ o ‘sfascio’ o ‘stato comatoso’ di una giustizia indistintamente evocata: termini che paiono oggettivamente mistificatori della situazione che caratterizza il settore penale”, conclude Santacroce.
Per quanto riguarda la giustizia civile, ci sono “miglioramenti” che “inducono a essere moderatamente fiduciosi sulla capacità di risposta del nostro sistema”, sottolinea Santacroce. Quanto alle cifre, le cause civili smaltite negli ultimi anni hanno un andamento “da considerarsi statisticamente costante”, pari – al giugno 2013 – a 4.554.038 fascicoli eliminati. Il dato “associato alla tendenziale riduzione delle sopravvenienze” attestate su 4.348.902 nuove liti instaurate – che nell’ultimo anno hanno registrato un aumento seppur modesto nei tribunali – “ha dato luogo alla riduzione dei procedimenti pendenti”, pari a 5.257.693 cause in attesa di trattazione, con un calo del 4% rispetto all’anno 2012.
Infine, un altro tema scottante è il rapporto magistratura-politica. “Lo stato di tensione tra magistratura e politica, nonostante i Suoi ripetuti interventi, non accenna a spegnersi, e il suo persistere, rappresenta una vera e propria spina nel cuore per noi magistrati”. afferma Santacroce rivolgendosi al presidente della Repubblica.
“Il risvolto più doloroso” della tensione tra magistratura e politica “è una delegittimazione gratuita e faziosa, che ha provocato, goccia dopo goccia, una progressiva sfiducia nell’operato dei giudici e nel controllo di legalità che a essi è demandato” conclude il primo presidente della Suprema corte.
Per Benedetto Attili, segretario generale Uil-Pa, dalle parole di Santacroce “emerge una profonda consapevolezza delle gravi criticità, che la nostra organizzazione sindacale da tempo ha posto all’attenzione dei vertici politici. Apprezziamo, da una parte, l’espresso convincimento circa la priorità di una riforma della Giustizia che deve essere concepita ad esclusivo vantaggio dei cittadini, accompagnato dal richiamo al dovere di tutto il sistema politico di metterla in condizione di funzionare al meglio, a tutela di un diritto fondamentale dei cittadini. Dall’altra valutiamo positivamente una presa d’atto ufficiale circa l’inadeguatezza dell’organico del personale amministrativo e la scopertura dei posti lasciati vacanti a causa del blocco del turnover che il ricorso alla mobilità interna del personale e l’impiego temporaneo di unità lavorative provenienti tramite comando da altre amministrazioni possono solo contribuire a tamponare momentaneamente”.
Il sindacalista conclude che “tuttavia, dalle parole del presidente della suprema Corte emerge una discrasia: la rappresentata necessità di riforme ben ponderate in prospettiva mal si coniuga con la difesa ‘a spada tratta’ della recente riforma per la revisione della geografia giudiziaria. Ci troviamo di fronte ad una forte contraddizione: se la riforma della giustizia deve essere condotta nell’esclusivo interesse dei cittadini, come si può giudicare positivamente un intervento che di fatto ha penalizzato i cittadini utenti e creato disagio e caos negli uffici giudiziari?”

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