Roman Polanski, 80 anni tra successi e tragedie

di | 19 agosto 2013 | cinema | Commenti disabilitati su Roman Polanski, 80 anni tra successi e tragedie

Cannes 2008: Palme d'Or Closing Ceremony - InsideRoman Polanski, uno dei cineasti contemporanei più ambigui e talentuosi, ha appena compiuto 80 anni. Una vita segnata da tragedie e successi, tra polemiche e applausi. Polacco di nascita e francese di adozione, proviene da una famiglia di origine ebraica e vive, in prima persona, i drammi della guerra: la fame e le persecuzioni naziste, immensi dolori e perdite; entrambi i genitori vengono deportati nei campi di concentramento e solo il padre farà ritorno a casa. Durante il conflitto impara a leggere, grazie ai sottotitoli dei film che va a vedere al cinema. Dopo un inizio in radio arriva l’esordio cinematografico con il primo suggestivo lungometraggio: Il Coltello Nell’Acqua (1962) che tra i vari riconoscimenti, si guadagna la nomination all’Oscar come Miglior Film Straniero assegnato a “8½” di Federico Fellini, tra i suoi registi preferiti. Nel 1963 si trasferisce in Inghilterra e realizza due delle sue opere più originali: Repulsion (1965) e il surreale Cul de Sac (1966). Una carriera in ascesa, spezzata dalla brutale uccisione, per mano di un gruppo di seguaci della setta di Manson, della moglie Sharon Tate, all’ottavo mese di gravidanza. All’attrice dedicherà il film Tess (1979). In quel periodo, Polanski gira negli Stati Uniti: Rosemary’s Baby (1968), considerato il miglior film horror di tutti i tempi. Dirige Jack Nicholson e Faye Dunaway nel noir Chinatown (1974) che gli vale ben undici candidature agli Academy Awards. Una lunga carriera, più di venti film all’attivo, consacrata con l’Oscar nel 2003 per Il Pianista, il suo film più toccante e autobiografico che vorrebbe mettere sulla sua tomba.

Vago, fluttuante e con un lato oscuro, nel 1977 confessa di aver abusato, sotto gli effetti di droghe, di una modella tredicenne Samantha Geimer. Prima la condanna, poi la fuga dagli Stati Uniti per non finire in carcere e, infine, la clamorosa cattura in Svizzera tre anni fa. Gli arresti domiciliari a Gstaad che oggi definisce con ironia “il mio ritiro monastico” e la richiesta Usa di estradizione mentre tutto il mondo del cinema firmava un appello in suo favore. Ora Polanski ha risolto i suoi conti con la giustizia chiedendo scusa alla vittima degli abusi che oggi, dopo trentacinque anni, scrive in un libro memoria “The Girl: A life in the Shadow of Roman Polanski” (Una vita nell’ombra del celebre regista) di perdonarlo e chiede il non luogo a procedere. Ciò nonostante il folletto del cinema, continua a creare opere di gran classe, frequentando diversi generi, dall’horror al melodramma, dalla commedia al giallo dalla parodia ai film di avventura, senza soffocare, come capita spesso ai suoi protagonisti, nello spazio claustrofobico delle convenzioni. Una vita spietata che si riflette nella sua arte, come in uno specchio. Animale cinematografico, agnostico e surrealista, dichiara: ”soltanto ora so cosa è importante nella vita: sapere che nulla è importante”. Ha 80 anni non smette di seguire il suo sogno: “andare sul set e girare che è quello che mi rende più felice”. Sopravvissuto a traumi, ferite “ho vissuto tragedie, momenti difficili, ma ho avuto momenti che mi hanno ripagato di tutto ciò. Non è solo andare giù, è stato andare su e giù. La mia vita è questa grande gamma di cose.”

Attualmente il regista lavora a D, un film sul caso Dreyfus, lo scandalo politico che ha diviso la Francia nell’Ottocento. Protagonista è l’ufficiale che, accusato di spionaggio, si è guadagnato la difesa dello scrittore Émile Zola, autore del celebre J’accuse! Polanski dichiara di voler realizzare un film “sulla caccia alle streghe, la paranoia della sicurezza, i tribunali militari segreti, le operazioni di copertura e la violenza della stampa.” Come ai suoi eroi, anche a lui la realtà non concede tregua, e la contaminazione tra arte e vita, continua.

 

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