Resa dei conti nel Pd. Renzi riuscirà a giocarsela con l’ex Cav e Di Maio?

di | 7 novembre 2017 | attualità, politica | 0 commenti

Il Pd è alla resa dei conti interna dopo la debacle alle elezioni regionali in Sicilia. Renzi è sempre più debole e appaiono inevitabili alleanze elettorali. Altrimenti la corsa per Palazzo Chigi diventa davvero complicata, visto che il voto siciliano contrappone il centrodestra ai grillini, tagliando fuori i democrat.

“Abbiamo Paolo Gentiloni che oggi è a Palazzo Chigi ed è un nome spendibile – sostiene Ettore Rosato, capogruppo Pd alla Camera –  Ce ne sono tanti di nomi spendibili e Renzi lo ha detto chiaramente a Napoli: lavoro per portare il Pd a Palazzo Chigi e non per portare Matteo Renzi. Abbiamo bisogno dell’alleanza più ampia possibile, con un programma concordato. Nel nostro partito – prosegue Rosato – ci sono per fortuna più personalità capaci di assumersi grandi responsabilità. Gentiloni è sicuramente una di queste, lo dimostra con il suo lavoro. Il candidato del Pd resta Renzi, legittimato dalle primarie.  Poi – aggiunge – siamo per costruire squadra ampia e programma condiviso. Per questo resta un invito aperto, sincero e pressante a tutta la sinistra a lavorare insieme per non lasciare il paese in balia di Salvini e Grillo”.

“Renzi – sottolinea il presidente della Regione Puglia e leader di Fronte democratico, Michele Emiliano – deve prendere atto che il suo piano di perdere le elezioni in modo controllato, per non perdere il ruolo, non funziona. Perché rischia di essere una tale debacle dal punto di vista elettorale da non consentirgli neanche la difesa dei suoi, come li ha in qualche occasione chiamati”. Per Emiliano, “se uno fa il segretario del più grande partito della sinistra europea con lo spirito di salvaguardare i suoi e se stesso, fa un peccato ancora più grave di quelli che ho contestato a Renzi finora, perché sta distruggendo l’unica speranza di cambiamento reale di questo Paese”. Per il governatore pugliese, “il ragionamento che forse” Renzi “sta facendo”, è che “se dovessimo perdere le elezioni, anche se dovessi avere distrutto tutto il fronte del centrosinistra, io porto a casa come minimo il 15-20%, mi porto un po’ di deputati amici miei e in qualche maniera mi sono difeso”. “Come se – ha sottolineato Emiliano – stessimo giocando a Risiko”. 

Cerca di smorzare i toni il ministro della Cultura, Dario Franceschini: “Non avrebbe senso intestare la sconfitta in Sicilia a Matteo Renzi”, “non avrebbe senso usare strumentalmente il risultato per fini interni”, “non avrebbe senso una resa dei conti nel Pd, che infatti non ci sarà” afferma. “In due settimane – spiega – si deve raggioungere un’alleanza tra le forze che stanno oggi nel campo del centrosinistra, da costruire in vista delle elezioni politiche”. “L’onda populista che ha colpito l’Europa – spiega Franceschini – ha investito anche l’Italia. E il voto siciliano, che precede di qualche mese il voto nazionale, deve farci capire quale rischio stiamo facendo correre al Paese: consegnarlo alle forze antisistema. Ora, a fronte dei dati economici che ci descrivono in crescita, e a fronte della prospettiva di partecipare l’anno prossimo al processo di rilancio dell’Unione con un governo europeista, chiedo: davvero l’area di centrosinistra non ha interesse a reagire?”. “Lo so – aggiunge -, le lacerazioni sono fresche e i rapporti complicati. Ma si può avere per una volta un approccio pragmatico? Il nuovo sistema di voto porta a costruire delle alleanze. Nei trecento collegi uninominali, dove vince chi prende un voto in più degli altri, questo campo non sarebbe competitivo se si presentasse diviso. Eppure questo campo esiste. Perciò rivolgo un appello a chi di questo campo è parte: per quanto sia attraversata da forti divisioni, è un’area che ha sostenuto i governi Letta, Renzi e Gentiloni, amministra insieme regioni e comuni”. “Non penso all’Ulivo né all’Unione – precisa – ma ognuno potrebbe collaborare col suo simbolo e leader”.

E uno dei padri nobili del Pd, Walter Veltroni,  ribadisce “il sogno della mia vita, che si è interrotto e va ripreso: è il sogno di un partito riformista che potesse conquistare il consenso della maggioranza degli italiani. Nel 2008 prendemmo 12 milioni di voti. La sinistra è portata ad avere un sogno, se non c’è questo la partita è perduta”.

La Sicilia ha decretato la fine di Angelino Alfano, l’unico che è riuscito a fare peggio di Renzi. Il flop del suo partito, Alternativa popolare, nella sua terra fa del ministro degli Esteri uno dei principali responsabili della sconfitta siciliana del centrosinistra.

Silvio Berlusconi e Luigi Di Maio poi già parlano da avversari, tagliando fuori dalla corsa per la presidenza del Consiglio Renzi e il suo Pd. Questo perché al netto dell’astensionismo, altissimo, il voto siciliano se vale come laboratorio per le politiche investe l’ennesima versione del centrodestra riunito dall’ex Cav e il Movimento 5 stelle come le due principali forze politiche del Paese. Non a caso Di Maio ha detto a Renzi che non ci sarebbe più stato il confronto televisivo, visto che il segretario del Pd non è più un competitor. Non a caso il candidato premier pentastellato si è rivolto direttamente a chi non è andato a votare.

Ancora una volta, chi convincerà a tornare a votare i delusi, chi non si sente più rappresentato dalla politica e dalle istituzioni, vincerà.

Stiamo parlando di numeri importanti: in Sicilia non ha votato un elettore su due. Staremo a vedere.

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