Perché tante polemiche dopo la morte dello scrittore Alberto Bevilacqua?

di | 16 settembre 2013 | tribuna aperta | Commenti disabilitati su Perché tante polemiche dopo la morte dello scrittore Alberto Bevilacqua?

di Mario Di Vito*

BevilacquaLa notizia della morte dello scrittore Alberto Bevilacqua, ricoverato da molti mesi nella Clinica romana “Villa Mafalda” dei Professori Morosetti, Gentile e Barillari e la contemporanea, istantanea richiesta della sua compagna Michela Macaluso, in arte Michela Miti, già attrice ed oggi pure scrittrice, rivolta alla Magistratura della Capitale, di autorizzare l’angosciosa autopsia del corpo per accertare le cure praticate e la causa del decesso, ha prodotto tra la nostra “brava gente” sconforto e soprattutto tanta incredulità, nella sua accezione più larga, quella propria di mancanza di fede religiosa. Se si pensa, poi, per solo un momento, alle contestuali dichiarazioni della sorella Anna dello scomparso di perfetta efficienza della cennata clinica e dello stesso intero apparato sanitario ed infermieristico, non si può non pensare a formidabili lotte familiari, che hanno dilaniato l’animo e la mente dello scrittore, lotte che si affacciano spesso nella vita degli uomini tumultuose, sostenute da meri interessi economici e patrimoniali. La stampa in genere ed in particolare il quotidiano “L’Unità” hanno scritto su questo evento in modo stringato, facendo sola cronaca, come dire stretta cronaca, senza considerazioni di sorta, né tampoco senza approfondimenti per una più sincera conoscenza del fatto doloroso. La verità, invece, che emerge immediata, è che la “buona morte” non è assolutamente concepita in siffatti ambienti per quella che è: morire, cioè in stato di grazia o meglio, più semplicemente, di serena accettazione. La morte coglie ciascuno di noi probabilmente in quella situazione psichica, in cui ha vissuto la più gran parte della propria esistenza ed allora appare grande temerità sperare di morire nell’oblio più assoluto della dimenticanza, senza la consapevolezza delle proprie esperienze. Questa constatazione, tuttora sempre presente nella nostra Comunità, è ineccepibile e non ha più bisogno d’essere meglio spiegata. Ancora oggi si accusano, da una parte, i preti di opprimere il moribondo con i loro discorsi chiesastici e religiosi, dall’altra parte si rinfaccia loro la troppa indulgenza per i peccatori e di essere, poi, niente di meno, che dei perfidi consolatori. Nostro Signore Gesù vinse la morte con la propria morte e fece meritare a noi la nostra immortalità, nel senso più lungimirante che si possa dire. Gesù non ha reso la nostra anima immortale, quasi che fosse prima mortale, né Egli ci ha preservato dalla morte. Ci ha dato uno splendido messaggio d’amore, con cui ci ha restituito, con la fede in Dio, la grazia e la felicità di vivere anche nell’aldilà, nel ricordo costante ed amorevole dei nostri cari. Or dunque, liberiamoci da queste croste effettivamente mortifere di puro materialismo e spingiamoci, nel rapporto specifico con la nostra esistenza, fuori dallo spietato decesso, come inconfondibile avvenimento che ha luogo normalmente nell’ordine delle cose naturali, ma come fulgente possibilità di acquisizione di più radiose visioni per la comprensione e la valutazione della nostra vita, nel suo vero ed autentico alto significato.

Jaspers e Dilthey sono i filosofi di un’attualità impressionante per tempi moderni, piuttosto miscredenti, e riproducono nel loro pensiero, in qualche modo, l’antica concezione della morte della teologia cristiana, così fa pure l’altro filosofo esistenzialista Heiddeger, che parla della morte come “possibilità dell’impossibilità”, con ragionamenti davvero persuasivi.

Senza scorgere altre fruttuose riflessioni, pensiamo allora, almeno per un istante, alla perdita di un così rinomato scrittore e speriamo “con fede” che il suo contributo alla cultura universale, a prescindere dai suoi personali convincimenti e specialmente dalla litigiosità, che è emersa tra i suoi parenti, subito, alla sua morte, possa essere, invece, di grande incentivo per le nuove generazioni di futuri, più liberi e più illustri scrittori. Il materialismo è limitativo e blinda funestamente l’individuo in un’assurda gabbia, nella quale non brilla mai alcuna luce di altri “soli”, ancorchè di verità e di amore.

*già dirigente generale della Polizia di Stato, scrittore e saggista

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