Negazionismo, l’Unione delle Camere penali contro l’introduzione del reato

di | 17 ottobre 2013 | giustizia | Commenti disabilitati su Negazionismo, l’Unione delle Camere penali contro l’introduzione del reato

Erich-PriebkeLe polemiche roventi scaturite dopo la morte del capitano Priebke e l’anniversario del rastrellamento ad opera dei nazisti degli ebrei romani dal ghetto hanno riproposto all’attenzione generale il tema della introduzione nel nostro ordinamento penale del reato di negazionismo che dovrebbe sottoporre a sanzione penali quanti negano che le atrocità subite dagli ebrei siano mai state commesse. Il reato è stato ad un passo dalla sua introduzione.

La Commissione Giustizia del Senato avrebbe potuto varare il disegno di legge in “sede deliberante”, ossia mediante approvazione diretta senza passare dall’Aula. Ma la corsia preferenziale per il testo è stata bocciata per effetto dei no dei senatori del Movimento Cinque Stelle (Paola Taverna, Enrico Cappelletti, Mario Giarrusso e Maurizio Buccarella) e di Enrico Buemi, socialista eletto nel Pd. Dovrà, dunque, essere il plenum dell’Aula a decidere il da farsi, se cioè sia assoggettabile a reclusione da uno a cinque anni la presa di posizione di chi nega atrocità come quelle subite dagli Ebrei.

Eppure c’è chi, non certo per motivazioni ideologiche, si è schierato contro il varo della legge.

Secondo la Giunta dell’Unione delle Camere Penali italiane “dopo il femminicidio la Shoah, continua la deriva simbolica del diritto penale che fa del male, prima di tutto, proprio ai simboli che usa”.

“L’introduzione anche in Italia del reato di “negazionismo” – si legge in una risoluzione dell’organismo di rappresentanza degli avvocati penalisti – era stata annunciata da più di un Ministro negli ultimi anni ma si era sempre arenata anche a seguito del diffuso dissenso da parte di storici e giuristi. Ora l’ipotesi viene frettolosamente e pressoché unanimemente riesumata dalla Commissione Giustizia del Senato, con un emendamento che, oltre ad ampliare ed aggravare le ipotesi di apologia di reato, porterebbe ad introdurre nell’art. 414 del codice penale una sanzione per chi “nega crimini di genocidio o contro l’umanità”.

Secondo i principi del foro della penisola “già vivificare una categoria di reati come quelli di apologia, che in una legislazione avanzata dovrebbero essere espunti, è operazione di retroguardia, ma inserire un reato di opinione, come quello che è la risultante della indicata modifica, è ancora più sbagliato”.

Di qui l’ulteriore considerazione che “la tragedia della Shoah è così fortemente scolpita nella storia e nella coscienza collettiva del nostro Paese, da non temere alcuno svilimento se una sparuta minoranza di persone la pone in dubbio o ne ridimensiona la portata. Anzi, proprio il rispetto che si deve al dramma della Shoah, e alle milioni di vittime innocenti che ha travolto, dovrebbe consigliare ai legislatori di evitare di trasformare il codice penale senza tener conto dei principi fondamentali del diritto moderno, abbandonando la via della risposta reattiva rispetto ai fatti di cronaca ed imboccando quella di un diritto penale minimo e costituzionalmente orientato”.

Contro la introduzione del nuovo reato vi sono, a detta dei legali, delle motivazioni giuridiche ben precise: “l’idea di arginare un’opinione – anche la più inaccettabile o infondata – con la sanzione penale è in contrasto con uno dei capisaldi della nostra Carta Costituzionale, la quale all’art. 21 comma 1 non pone limiti di sorta alla libertà di manifestazione del pensiero”.

Ma c’è di più: “Il giudizio su un accadimento storico – per quanto contrastante con ogni generale e documentata evidenza o moralmente inaccettabile – in altro modo non può definirsi se non come un’opinione, che dunque non può mai essere impedita e repressa dalla giustizia penale: spetterà alla comunità scientifica rintuzzarla, ove sia il caso, e alla maturità dell’opinione pubblica democratica lasciare nell’isolamento chi la formula. A coloro che negano la Shoah bisogna rispondere con le armi della cultura, e, se si vuole, con la censura morale, ma non con il codice penale”.

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