Mozzarelle blu, uno studio dell’Università di Padova fa chiarezza

di | 7 gennaio 2014 | alimentazione | 0 commenti

Il gruppo di ricerca dell’area di “Ispezione degli alimenti di origine animale” del Dipartimento di biomedicina comparata e alimentazione (Bca) dell’università di Padova ha identificato,per la prima volta in modo accurato, il gruppo di batteri responsabili delle così dette “mozzarelle blu”. Lo studio sarà pubblicato sulla rivista scientifica Food Microbiology il cui caporedattore è Mary Lou Tortorello, responsabile del dipartimento di microbiologia degli alimenti della Food and Drug Administration (Fda) americana.

Il lavoro del gruppo di ricercatori del dipartimento Bca ha permesso di caratterizzare i ceppi batterici responsabili dell’alterazione in modo molto dettaglio grazie ad un metodo molecolare appositamente sviluppato per la loro identificazione rapida. I ceppi batterici che danno il colore blu alle mozzarelle sono stati in parte raccolti con la collaborazione dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie. Questi batteri appartengono ad un gruppo geneticamente ben distinto della specie Pseudomonas fluorescens, strettamente correlato ad un ceppo che viene usato in agricoltura come pesticida nella lotta biologica sia negli Stati Uniti che in Canada.

Il deputato europeo Andrea Zanoni, membro della commissione Envi (Ambiente, Sanità Pubblica e Sicurezza Alimentare) al ha informato la Commissione europea dei risultati della ricerca dell’Università di Padova sul fenomeno: “Ho ritenuto opportuno informare i servizi di protezione alimentare della Commission e europea di questo importante studio – spiega l’esponente del Pd – anche per sapere come l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) sta affrontando il fenomeno nel resto d’Europa. Inoltre mi sembra importante fare chiarezza sugli effetti e sull’utilizzo in Europa dell’antiparassitario che, secondo lo studio, sarebbe correlato al ceppo batterico responsabile della colorazione”. “La Commissione europea può chiarire se e dove venga usato l’antiparassitario in questione nel territorio dell’Unione europea e, in caso affermativo, può chiarire inoltre se e quali iniziative intende intraprendere in merito all’uso del medesimo – scrive Zanoni, che chiede anche se “l’Efsa o un altro organismo comunitario stia compiendo studi analoghi sul fenomeno e a quali risultati si è arrivati”.

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