Marò, Curti Gialdino (La Sapienza): “La nostra credibilità è compromessa”

di | 27 gennaio 2014 | Senza categoria | 0 commenti

 

marò“Anche se con un anno di ritardo è opportuno che si sia deciso di inviare una missione di solidarietà ai nostri militari. Il messaggio è anche quello di un Parlamento compatto, di un sostegno da parte di tutte le forze politiche. Detto questo, l’Italia si è mossa male, fin dall’inizio”. È il parere del professor Carlo Curti Gialdino, docente di Diritto internazionale all’Università La Sapienza di Roma, che abbiamo intervistato sulla vicenda dei marò. Secondo l’esperto, che ci ha spiegato tutti gli aspetti giuridici della vicenda,”ci siamo difesi nel processo, invece dovevamo difenderci dal processo. La nostra credibiltà internazionale è duramente intaccata. Vicende come questa ci danneggiano molto più dello spread alto”.

Professore, i nostri militari rischiano una condanna alla pena capitale per un atto di terrorismo. Vogliamo spiegare che cosa è successo?
Il 18 gennaio 2013, con la sentenza della Corte suprema indiana, bisognava tempestivamente procedere a istituire un tribunale speciale dedicato al caso. Ora già per l’individuazione del tribunale e del giudice si è perso un notevole lasso tempo. Poi siccome la Corte suprema aveva dichiarato l’incompetenza della giurisdizione dello Stato del Kerala, dove in prima istanza erano stati portati i due marò sulla base di un’indagine della polizia locale, la competenza è stata definita federale. A quel punto hanno detto: l’agenzia più veloce è la National investigation agency, quella anti-terrorismo. E qui le cose si sono complicate.

Perché?
Perché perseguire i due militari in base alla legge anti-terrorismo comporta la possibilità di una condanna a morte.

Ma l’India poteva attribuire il caso alla Nia?

Sì. Ma il punto non è questo: che il mandato prevedesse la pena di morte se ne erano accorti tutti, Italia compresa. Forse però gli italiani si sentivano forti del fatto che il governo indiano avesse dato assicurazioni diplomatiche che non sarebbe stata usata la legge che prevede la pena di morte. Ma quelle assicurazioni valgono zero.

Per quale motivo?
Perché se l’India ha – come immagino che sia – una magistratura indipendente, questa deciderà secondo i propri convincimenti e non secondo degli accordi tra due governi. Il giudicante decide in base alla fattispecie. Questo è stato un errore da parte nostra. Come si poteva pensare che assicurazioni diplomatiche potessero incidere sulla decisione di un giudice. In ogni caso il problema è un altro.

Quale?
Sarebbe aberrante concepire la vicenda come un fatto di terrorismo.

Come mai?
Perché i militari erano sulla nave in base a una legge del governo italiano, erano quindi organi funzionali dello Stato italiano. Pertanto, ci può essere stato un eccesso di reazione o di confusione: si pensava si trattasse di un attacco di pirati invece erano pescatori. Ma i due militari hanno l’immunità della giurisdizione penale, come nel caso della morte di Calipari. Chi ha sparato non era perseguibile perché agiva come corpo militare Usa. Quindi imputare i due marò per reato di terrorismo significa che noi italiani siamo uno Stato terrorista. Invece, ripeto, i nostri militari erano su quella nave in pieno accordo con le disposizioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite.

Ma allora come si è arrivati all’incriminazione?
Alla base di tutto c’è un problema di linea di comando: a distanza di due anni dal fatto non abbiamo ancora modificato la legge italiana – e ci tengo a sottolineare che in questo momento noi abbiamo altri militari su navi in zone pericolose. Non abbiamo precisato che cosa succede una volta che si verificano episodi simili. La legge prevede che durante un attacco di pirati sulla nave comandano i militari. Prima e dopo l’attacco, invece, comanda il capitano della nave. La legge quindi andrebbe modificata in modo tale che dopo un incidente di questo tipo le decisioni continui a prenderle il comandante militare, che risponde soltanto ai suoi superiori. Anche perché il problema non è di giurisdizione, non mi stancherò mai di ripeterlo.

Che cosa vuol dire?
Tanti hanno sempre confuso la questione, ritenendo che siccome si trattava di una nave italiana con a bordo militari italiani allora la giurisdizione fosse italiana. Non è così pacifico: l’evento della morte deri pescatori presunti pirati è stato causato da colpi sparati da una nave italiana che hanno colpito una nave indiana. Pertanto il reato è stato consumato su una nave indiana.

Dove abbiamo sbagliato a gestire la vicenda?
In tutto. Prendiamo l’episodio di quando l’India adottò delle misure restrittive nei confronti ambasciatore italiano – mentre i nostri marò erano in Italia. Perché non ci siamo rivolti al Consiglio di sicurezza dell’Onu? L’aver subito da parte dell’India l’impedimento della libertà di movimento di un nostro ambasciatore avrebbe suscitato l’appoggio di tutta la comunità internazionale. E invece è stato Antonio Tajani, in qualità di vicepresidente della Commissione europea, a sollevare il problema in sede Ue e a determinare l’intervento dell’alto rappresentante per gli Affari esteri e la politica di sicurezza Ue.

E non il governo…
Appunto. Tornando a quando i due marò sono rientrati in Italia: il governo Monti non poteva non sapere che noi per legge non possiamo consegnare a uno Stato estero un cittadino che rischia la pena di morte. Invece li hanno rimandati, sperando così di tutelare interessi economici che invece non sono stati salvaguardati. Perché la commessa degli elicotteri gli indiani non l’hanno più presa. Oltre al danno la beffa, quindi. Le ricordo a tal proposito la vicenda di una viceconsole indiana a New York, recentemente arrestata, ammanettata, perquisita nelle cavità e imputata di due reati, il primo perseguibile con cinque anni e il secondo con dieci.

Che cosa aveva fatto?
Documenti falsi per un visto d’ingresso negli Usa di una cittadina indiana in qualità di collaboratrice domestica, il primo reato. Secondo reato, il sottopagamento della suddetta collaboratrice rispetto a quanto stipulato nel contratto. Ebbene, questa diplomatica è stata in camera di sicurezza circa cinque ore. Poi sono arrivati gli indiani, hanno pagato una cauzione di 250 mila dollari e la donna è uscita. E sa dopo che cosa hanno fatto gli indiani?

Che cosa?
Il governo indiano ha trasferito la donna dal consolato di New York, che non aveva l’immunità totale, presso la missione dell’India all’Onu. Come hanno avuto l’ok dall’Onu e quindi l’immunità diplomatica piena, la donna – non più perseguibile – è stata imbarcata su un aereo ed è rientrata in India. Ora, soltanto se dovesse rientrare negli Usa senza copertura diplomatica rischierebbe un processo. Gli indiani quindi si sono avvalsi del diritto internazionale, avendoci di fronte gli Stati Uniti, mica San Marino.

Esiste ancora la possibilità di una condanna alla pena capitale?
Teoricamente sì L’aver fatto passare tutto questo tempo non è un bene: nei prossimi mesi si terranno le campagne per le elezioni politiche. Tuttavia una sentenza di questo tipo è un’ipotesi remota, ne sarei sorpreso. In ogni caso, ci sarà un doppio grado di giudizio. Poi esistono la grazia e la commutazione della pena.

Ma se dovessero essere condannati?
Non dovrebbero uscire dall’ambasciata, dovrebbero rimanere asserragliati nella sede diplomatica, come Assange in quella dell’Ecuador a Londra. A quel punto però i due militari rischierebbero di invecchiarci, nell’ambasciata. Ma ripeto: a mio avviso arriverà sì una condanna, ma non alla pena capitale.

Che tipo di condanna, allora?
Dopo due anni e anche tenendo conto dell’opinione pubblica, diranno che il reato c’è ma che sono militari di uno Stato estero e che quindi hanno l’immunità. Pertanto dichiareranno il giudice incompetente. Oppure li condanneranno a due-tre anni. A quel punto, come la sentenza diventerà definitiva, in base all’accordo fatto un anno fa tra il nostro governo e il loro, i due militari potranno venire a scontare la pena in Italia.

 

 

Lascia un commento

Devi essere loggato per scrivere un commento.