Lo stipendio dei ministri e la grande lezione di Enrico de Nicola

di | 6 novembre 2013 | Senza categoria | 0 commenti

enrico-de-nicola-firma-la-costituzione-alla-presenza-di-alcide-de-gasperi-e-umberto-terraciniAbbiamo letto – a dir la verità senza stupirci più di tanto – la notizia della lauta retribuzione che viene elargita a due esponenti, non di secondo piano, del governo delle “larghe intese”. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Filippo Patroni Griffi, e il viceministro allo Sviluppo economico, Antonio Catricalà – entrambi presidenti di sezione del Consiglio di Stato – percepiscono uno stipendio superiore a quello degli stessi ministri che hanno il compito di coadiuvare.

Tutto conforme alla legge, per carità. Non vogliamo entrare nel merito giuridico dei provvedimenti in base ai quali ciò avviene, quanto, piuttosto, contestarne l’opportunità in un Paese che non cresce, con famiglie e imprese alla canna del gas e in cui gli anziani, a dispetto dei proclami, sono trattati come un peso. Ci sono poi gli “esodati”, i cassintegrati, i disoccupati di lunga durata, i precari mascherati da lavoratori atipici, le partite Iva fittizie, i giovani che, stanchi di ricevere porte in faccia, non cercano più. A ciò bisogna aggiungere la famigerata riforma messa in campo dall’ex ministra Fornero. Nessuno, forse, ricorda più il volto rigato dalla lacrime della ex titolare del Lavoro; tutti, però, siamo costretti a fare i conti con gli effetti di un intervento normativo a gamba tesa che ha complicato le cose, anziché semplificarle. Come la mettiamo, poi, con il blocco dell’adeguamento delle pensioni? E con la infinita telenovela dell’Imu e delle nuove tasse dai nomi improbabili?

Fa un certo effetto pensare che in un’Italia divisa e dilaniata da una crisi devastante le fasce deboli della popolazione debbano continuare a subire scelte di rigore provenienti dall’alto, adottate con l’apporto ed il concorso di personalità superpagate e superprivilegiate. Se a ciò aggiungiamo che la presenza di alti dirigenti dello Stato nella “stanza dei bottoni” è legata alla crisi di identità ed alla inadeguatezza della classe dirigente, incapace di assumersi le proprie responsabilità in un frangente cruciale della nostra storia ben si comprende il sentimento che alberga nei cuori della maggioranza dei cittadini.

Oggi il “Corriere della sera” ha pubblicato un editoriale nel quale si sostiene che il lavoro che vale va pagato, anche molto, perché, altrimenti, non verrebbe valorizzato il merito. Nessuno dubita del principio ma non si può nemmeno calpestare il buon senso e il decoro che imporrebbero scelte consone al momento di difficoltà che stiamo attraversando. Che fare, dunque? A noi “nostalgici” viene in mente la lezione di stile del primo presidente della Repubblica, Enrico De Nicola (nella foto mentre firma il testo originale della Costituzione) particolarmente stimato per onestà, umiltà e austerità. Per assumere la carica di Capo dello Stato giunse a Roma a bordo della sua auto privata, mettendo in subbuglio il mondo della politica e la polizia fino al suo arrivo, rifiutò lo stipendio (che, allora, ammontava a circa12 milioni di lire) ed era solito indossare, anche nelle occasioni ufficiali, un cappotto rivoltato ma molto dignitoso. Sarebbe bello poter contare, anche oggi, su uomini di Stato come lui…

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