Lo sterminio continuo dei migranti nel silenzio dell’altra parte del mondo

di | 29 marzo 2014 | attualità | 0 commenti

di Ciro Balzano

migrantiNon c’è nulla da obiettare sui numeri questa volta. Proprio perché non può essere più una questione di soli numeri. Continuano a morire nell’indifferenza generale, continuano ad essere dimenticati senza una ragione, ma solo perché nati dalla parte sbagliata del mondo, dove altri hanno deciso di abbandonare il tuo nome come identificativo di una storia, quella che ti porti dietro come uno zaino. Molto più importante omologarti agli altri, magari per una caratteristica che notano solo loro, il colore della pelle, il territorio da dove provieni, la storia della tua razza.

Provate a considerare un piccolo paese, uno di quelli diversi dagli altri. Appena sotto i 20 mila abitanti, un numero esiguo. Tutti però si conoscono, anche se non direttamente, condividono tutti una stessa necessità, cioè la voglia di vivere, la voglia di essere come tutti, normali. Provate a pensare se questo paese, pian piano, comincia a perdere quei numeri. Un giorno cento, un giorno quattrocento e pian piano estinguersi totalmente nell’indifferenza dei paesi vicini, che non notano nulla di diverso, perché per questi, i cittadini dei paesi accanto sono semplicemente “gli altri”. Non hanno nome, non hanno storia né importanza, sono semplicemente “i diversi”, quelli così lontani dal nostro mondo.
Il tempo passa ed a morire sono sempre gli stessi. Gli ultimi del genere umano, quelli che muoiono senza un nome, non hanno importanza se non per gli scafisti che sulle loro sofferenze ci mangiano volentieri.

Diciannovemilacinquecentoventiquattro persone. Un numero difficile da pronunciare è anche un numero difficile da immaginare.  Fortress Europe ha dalla sua i numeri di questa eterna strage, numeri vuoti ma carichi di sofferenza. Dal 1988 la ricerca non si ferma, quindi se considerassimo anche gli anni precedenti, sicuramente quel numero sarebbe ancora più difficile da pronunciare ed ancora più complicato immaginarlo.

Una cartina geografica nel blog di Gabriele del Grande traccia quei martoriati luoghi. Gli occhi rapidamente e facilmente si soffermano sull’intensità di quei segnali blu, ammassati tutti nella zona del Mediterraneo, vero cimitero di chi insegue i sogni dall’Africa in giù. I sogni che s’infrangono nelle onde di quell’enorme distesa di acqua salata, che il più delle volte è più salata di quanto si pensava. Un cimitero in acqua, un cimitero senza fine. Ma non c’è solo il mare per chi quel sogno lo culla nel Continente Nero o per chi almeno ci arriva a vederlo il mare.
Una distesa enorme di sabbia, il Sahara, è il mare da attraversare prima di riuscire a toccare l’acqua, quella che bagna. Gli elefanti con le ruote, i camion ed i fuoristrada, attraversano tutta l’Africa trasportando merce umana, stipata in condizioni disumane. Il Chad, il Sudan, Niger e Mali da un lato, Libia ed Algeria dall’altro. Dal 1996 i morti che si contano sono 1790, ma quelli che si trovano si possono contare, quindi stando alle testimonianze è un numero sottostimato, molto, rispetto al reale numero dei “caduti”.
Tripoli, Rabat, Algeri e le loro deportazioni collettive concorrono ad aumentare vertiginosamente quel numero. Masse indistinte di persone abbandonate al loro destino nel deserto, senza cibo né acqua, sotto il cocente sole africano a cercare di sopravvivere, ma non c’è speranza per chi è nato in quella parte del mondo.
Nei tir il viaggio è parimenti straziante. A trovare la morte sono state almeno 372, soffocati o schiacciati dalle merci.
Invece almeno 416 persone sono annegate nei fiumi di frontiera, nell’Evros tra Turchia e Grecia, oppure nell’Oder-Neisse tra Polonia e Germania, nel Sava tra Bosnia e Croazia e nel Morava, tra Slovacchia e Repubblica Ceka e nel Tisza tra Serbia e Ungheria. La polizia di frontiera, poi, chiude lo spettacolo. 309 persone uccise, divise tra Ceuta e Melilla, Gambia, nel territorio egiziano alla frontiera con Israele o nel territorio turco a ridosso dell’Iraq o dell’Iran.  Intanto il resto di quel mondo sta ancora a guardare.

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