L’Inps quest’anno perderà 12 miliardi, pagheranno Stato e giovani

di | 4 febbraio 2014 | attualità | 0 commenti

inpsBrutte notizie per i contribuenti e per chi rischia di non avere una pensione nonostante abbia sempre lavorato. Se l’Inps, come stimano le previsioni del Civ, il Comitato di indirizzo e vigilanza dell’ente pubblico, produrrà perdite miliardiarie anche quest’anno e nel 2015, che fine faranno i pagamenti delle pensioni.
Le pensioni non sono a rischio per il semplice fatto che le perdite di bilancio e i buchi provocati dal divario sempre più aperto tra i contributi versati (le entrate) e le prestazioni erogate (le uscite) verranno coperte dall’aumento dei trasferimenti da parte dello Stato. L’Inps, per capirci, non può fallire. E lo sbilancio nei suoi conti verrà pagato dalla fiscalità generale, cioè dai contribuenti italiani. In realtà è già accaduto. Nel 2013 infatti i trasferimenti dello Stato all’Inps hanno toccato i 112,5 miliardi. Sette miliardi in più (+6,6%) rispetto ai 105,6 miliardi che è costata la bolletta pubblica per coprire lo squilibrio tra entrate contributive e prestazioni erogate dall’ente pensionistico italiano.
Il ministero dell’Economia prevede una mole di trasferimenti pubblici (dallo Stato) alla previdenza che non smetterà di salire. Per il 2014 le stime parlano di 119 miliardi che saliranno a 122 miliardi a fine 2016. Rallenta il passo di marcia, rispetto agli ultimi 5 anni, ma non c’è capitolo di spesa pubblica che aumenti a questi ritmi.
Il tema di fondo è che non si attenua il forte disavanzo tra le entrate (cioè i contributi versati da imprese e lavoratori) e le uscite per pensioni e assistenza dalle casse dell’Inps, ora che ha incorporato anche l’Inpdap (il dissestato ente dei dipendenti pubblici). E dato che le pensioni vanno pagate e che l’Inps non può fallire, il buco tra entrate e uscite lo deve sanare per forza lo Stato. Basti pensare che nel 2012 le entrate da contributi si sono fermate a 208 miliardi, mentre le uscite per le prestazioni sono state di 295 miliardi.
Ecco qui il profondo divario che non consente oggi al sistema della previdenza di autofinanziarsi. Certo, gran parte di questo buco deriva dall’assistenza. Sono le pensioni sociali, le indennità varie, le reversibilità ai superstiti. Ma anche le invalidità civili, che da sole costano allo Stato oltre 17 miliardi. Tutte prestazioni che non hanno alle spalle contribuzioni versate e quindi del tutto a carico del bilancio pubblico.
L’assistenza costa da sola 72 miliardi. Ma la verità è che anche le gestioni previdenziali soffrono disavanzi strutturali. L’ex Inpdap da sola perde ogni anno, da tempi lontani, quasi nove miliardi. È lo sbilancio tra contributi, erosi oggi dal blocco del turn over, e pensioni che tendono a salire. Rispetto alle pensioni dei lavoratori privati, poi, la media dei trattamenti pubblici è più alta di un 30%. Ovvio che in queste condizioni lo squilibrio si aggraverà. L’ex Inpdap non è un caso isolato. Quasi tutte le gestioni previdenziali sono infatti in pesante squilibrio sull’autofinanziamento.
I contributi versati non bastano a fronteggiare le spese (crescenti) per le pensioni. Sono gli effetti che dureranno a lungo, non solo della crisi, ma anche dell’onerosissimo sistema di calcolo retributivo. Che avvantaggia chiè andato in pensione negli anni scorsi e che incassa prestazioni previdenziali ben più alte rispetto ai contributi versati durante la vita lavorativa.
Insomma, alla fine chi è che paga? Lo Stato, che dovrà aumentare ogni anno di circa dieci miliardi i suoi trasferimenti, e i giovani delle gestioni parasubordinate. Loro stanno solo versando senza o con poche uscite previdenziali e la loro gestione è in attivo per oltre otto miliardi. È quell’attivo che copre i deficit delle altre gestioni. Il problema riguarda il futuro.

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