Liberate Giovanni Lo Porto rapito in Pakistan nel 2012 (#vogliamogiovannilibero)

di | 17 gennaio 2014 | attualità | 0 commenti

giovanni-lo-porto-pakistanIl 19 gennaio 2012 veniva rapito in Pakistan il cooperante italiano Giovanni Lo Porto, cooperante italiano di 36 anni, originario di Palermo. Stava lavorando per l’Organizzazione non governativa tedesca Welt Hunger Hilfe. Quattro uomini armati entrarono nell’edificio dove lavorava e viveva con altri operatori a Multan, al confine con l’Afghanistan, e lo sequestrarono insieme al suo collega Bernd Muehlenbeck. Da allora se ne sono perse le tracce. Solo un video, circolato in rete più di un anno fa, ha riacceso la speranza di rivedere Giovanni. Muehlenbeck nel video parla al plurale: “possono ucciderci in qualsiasi momento. Non sappiamo quando. Può essere oggi, domani, tra tre giorni”.

In vista del triste anniversario del suo rapimento un grande movimento di associazioni, Ong, amici, colleghi e gente che ha conosciuto la storia di Giovanni, chiede che venga rotto il muro di silenzio sulla vicenda. Per far sentire a Giovanni che non è stato dimenticato e che ogni sforzo è in campo affinché possa tornare presto a casa. Il tam-tam per chiedere ai mezzi d’informazione di accendere un riflettore sulla vicenda di Giovanni Lo Porto ha superato i confini nazionali e messaggi di vicinanza #vogliamogiovannilibero stanno arrivando da diversi Paesi del mondo, tra cui Canada, Regno Unito, Libano, Germania, Francia, Israele, Danimarca, dagli Uniti e molti altri. Oltre 48.000 persone hanno aderito alla petizione #vogliamogiovannilibero lanciata dal Forum Nazionale del Terzo Settore su Change.org per sollecitare le istituzioni italiane a mettere in campo ogni sforzo per risolvere positivamente questa vicenda.

“Chiediamo al Governo italiano che ogni possibilità sia praticata, anche scelte più impegnative, che garantiscano sempre la sua incolumità, perché Giovanni torni libero – afferma Pietro Barbieri, Portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore – abbiamo inviato un appello anche a tutti i direttori di giornali e telegiornali per chiedere di aderire a questa mobilitazione e raccontare la storia di Giovanni. Ci auguriamo che in tanti partecipino a questa iniziativa e che l’eco di questa mobilitazione possa arrivare a Giovanni e non farlo sentire solo”.

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