L’emergenza carceri e l’ipocrisia di una certa politica che difende la Costituzione

di | 9 ottobre 2013 | in evidenza | 0 commenti

Man Behind BarsLa polemica innescata dai deputati del Movimento 5 Stelle sul messaggio di Napolitano alle Camere dedicato alla emergenza carceri è indicativa dell’atmosfera che si respira nel nostro Paese da un po’ di tempo a questa parte e del livello di abbrutimento della nostra classe politica. La presa di posizione del Capo dello Stato, peraltro ampiamente attesa, dopo la visita alla casa circondariale di Poggioreale a Napoli, ha scatenato la reazione scomposta dei parlamentari pentastellati che hanno dato sfogo alla loro rabbia sui social network.

In particolare è stato subito adombrato un collegamento con la vicenda personale dell’ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in attesa di espiare (ai domiciliari o ai servizi sociali) la condanna che gli è stata comminata dalla Suprema Corte di Cassazione. Napolitano, in visita ufficiale a Cracovia, incalzato dai giornalisti, ha sottolineato che “quelli che fanno questo tipo di accostamento non sanno quale tragedia sia quella delle carceri”.

Fin qui, dunque, la fredda cronaca dell’ennesimo screzio tra i cosiddetti “grillini” e l’inquilino del Colle.

Si impongono alcune brevi considerazioni. La prima. L’accostamento del caso del Cavaliere alla sollecitazione ai due rami del Parlamento sul gravissimo problema del sovraffollamento carcerario è assolutamente fuori luogo. Si possono non condividere le posizioni del leader del centrodestra ma ipotizzare un collegamento tra la sua posizione personale e la richiesta di valutare l’ipotesi di ricorrere all’amnistia o all’indulto offende l’intelligenza dei cittadini. Ci sembra, inoltre, assolutamente irrispettosa della persona e del dramma che si appresta a vivere, pur esclusa l’ipotesi dell’ingresso in cella, l’ironia con la quale una certa stampa sta descrivendo la ressa degli enti che intendono prendere in custodia Silvio Berlusconi una volta formalizzata e ratificata la richiesta di affidamento in prova ai Servizi sociali.

Seconda considerazione. Il dramma delle carceri strapiene è una questione seria e va affrontata dalle forze politiche e sociali con senso di responsabilità ed equilibrio. Lo dimostrano le statistiche sui suicidi contenute nelle tabelle del Ministero della Giustizia. Nel 2012 se ne sono contati 60 a fronte di 154 decessi dietro le sbarre. Nel 2013, fino agli inizi di settembre, sono 39 i detenuti che si sono tolti la vita, senza contare quelli che ci provano ma, per fortuna, vengono fermati in tempo dagli agenti della polizia penitenziaria.

Le condizioni disumane di vita all’interno delle strutture di continenza pesano sugli stessi tutori dell’ordine, costretti a turni massacranti e, perciò, sottoposti ad uno stress psichico senza eguali. Basta leggere i comunicati dei sindacati di categoria.

Terza considerazione. A fronte di una classe dirigente insensibile al dato della persistente violazione dei diritti umani, dovrebbero avere un qualche peso le ormai frequenti sentenze di condanna della Corte europea dei diritti umani nei confronti del nostro Paese per le mortificazioni che subiscono quotidianamente i detenuti, sia i condannati che quelli in attesa di giudizio.

Eppure di carceri si parla sempre poco. Questo tipo di atteggiamento è simile a quello della casalinga che nasconde la polvere sotto il tappeto. Il silenzio non solo non risolve, ma acuisce l’emergenza.

La verità è che la società fa finta di non vedere e non di sentire la richiesta di aiuto che arriva dalla popolazione carceraria. Chi finisce in cella – ci ricordava, qualche tempo fa, l’ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, don Virgilio Balducchi – deve, senza dubbio, pagare per i propri errori, ma è pur sempre una persona e non può essere abbandonata al proprio destino.

Stupisce – e non poco – l’atteggiamento di certi protagonisti della vita pubblica che si presentano come strenui difensori della Costituzione ma espletano questa funzione “a corrente alternata”, nel senso che invocano l’applicazione dell’articolo 3 della Carta sulla uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge ma dimenticano il contento dell’articolo 27 (“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”).

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