La videosorveglianza e la conoscenza del territorio

di | 9 gennaio 2014 | tribuna aperta | 0 commenti

di Mario Di Vito*

videosorveglianza3Il diffuso utilizzo della moderna e sofisticatissima tecnologia della videosorveglianza ha oramai molto preoccupato l’opinione pubblica, la quale, nonostante le attente direttive del Garante per la protezione dei dati personali, appositamente istituito con Legge n.675 del 31 Dicembre 1996, continuamente promosse e sollecitate al riguardo, prevede possibili e gravi guasti e danni alla Comunità stessa, danni e guasti che si ripercuoterebbero fragorosamente ogni giorno sulla stessa effettiva ed efficace tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica.
La storia della diffusione della videosorveglianza nelle sue pratiche applicazioni è molto recente, ha poco o meno di dieci anni di vita ed è oggi divenuta quanto mai attuale, giacchè risulta essere una componente primaria ed essenziale, quasi fondamentale per la sicurezza di tutte le nostre relazioni pubbliche e private. Siamo, per così dire, del tutto “sorvegliati” da mane a sera, in ogni luogo pubblico e privato, dalle telecamere, perfino nelle Chiese ed ora anche nei Cimiteri.
La “cosa” non dovrebbe sorprenderci troppo, più di tanto insomma, perché siamo persone dabbene e la mancata riservatezza della nostra immagine e della nostra persona e così delle nostre azioni non dovrebbe rammaricarci abbastanza, se essa venisse un po’ sacrificata per il conseguimento del Bene comune.
Sennonché, e qui la questione appare nella sua palpitante e concreta realtà, la formidabile diffusione registrata nel tempo presente di siffatta straordinaria misura, che intende appunto vigilare luoghi e beni a distanza, tramite telecamere o altri strumenti di ripresa filmata, non fa altro finora che pubblicizzare al massimo, pur nel più ossequioso rispetto delle regole vigenti e continuamente aggiornate dal citato Garante, la nostra quotidiana esistenza, semmai banalizzandola e rendendola anonima, triste e sconsolata, in un contesto raccapricciante di persone o meglio di automi, simili ed analoghi a quelli che animano il teatro del drammaturgo ceco Karel Capek, definiti comunemente “robot”, cosi bene descritti nella sua memorabile opera.
L’aumento massiccio dei nominati sistemi di videosorveglianza realizzati dalla tecnologia per diversi scopi, da quelli di mera prevenzione a quelli di accertamento e di repressione dei reati, da quelli della tutela della proprietà a quelli del controllo stradale, da quelli della sicurezza dei centri urbani a quelli più svariati delle più recondite località, perfino a quello dell’individuazione dei responsabili dei depositi ingiustificati di rifiuti, insomma per tante altre innumerevoli finalità non è purtroppo valso a dare finora i risultati positivi sperati, nel senso che i criminali continuano imperterriti a perpetrare reati e la loro identificazione si tinteggia sempre di più di “giallo”. Il successo delle indagini di assicurare alla Giustizia i colpevoli di misfatti resta sempre avvinghiato e legato all’intelligente azione dell’uomo, del poliziotto in particolare.
La questione, dunque, è lasciata ancora perfettamente insoluta ed il problema perché si possa ottenere una più robusta sicurezza rimane sempre più che mai aperto nei suoi elementi costitutivi: si chiede ancora e ripetutamente la continua e costante presenza sul territorio dell’uomo poliziotto e della sua immediata partecipazione ed ancor più della sua diretta capacità investigativa e giammai si può accettare, invece, la sua paurosa assenza, come, invece, oggi si verifica in quasi tutte le località. La macchina semmai può costituire, per la verità, oggi un aiuto indispensabile, ma non può giammai sostituire l’azione contestuale dell’uomo, se si vuole ricercare la verità di un fatto o contenere nei limiti naturali un evento o assicurare le prove di un misfatto o soprattutto constatare la reale dinamicità di un fatto nel suo effettivo divenire.
Oltretutto la permanente presenza sul territorio del poliziotto, oltre a fargli “conoscere” fruttuosamente la componente sociale ed umana, vale anche a prevenire tanti e tanti altri fatti, ancorchè dopo, a reprimerli tra tante intuibili ed enormi difficoltà, nuove ed impreviste. Peraltro, non si può chiedere più oggi alla videosorveglianza una sua pretesa e fantastica azione deterrente, scoraggiante e dissuadente di tutti i mali.
L’augurio più schietto e sincero, dunque, sta proprio nel ribadire il concetto che la sicurezza pubblica in generale non sia lasciata solo ed esclusivamente alle “cure magiche” delle telecamere, ma che ritorni ad essere ancora assicurata, sempre e dovunque, dall’azione intelligente e dalla presenza fattiva dell’uomo, ogni giorno, per le vie e le piazze delle città del nostro Paese.

*Già direttore generale della Polizia di Stato, scrittore e saggista

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