La sinistra e la storica necessità di un self-made leader carismatico

di | 15 gennaio 2014 | tribuna aperta | 0 commenti

di Ciro Balzano

bandiera_rossaOramai non è passato troppo tempo dalle “famose” primarie del Partito Democratico, evento più unico che raro nel panorama politico italiano, che difatti hanno sancito lo strapotere della figura di Matteo Renzi, il sindaco di Firenze, sia sul piano dell’influenza mediatica sia sul piano del carisma politico. Sicuramente le primarie, che sono nate con l’intento di spingere i cittadini a rimpossessarsi degli spazi politici di loro diritto, hanno evidenziato la non ancora sopita voglia di politica di questo paese, nonostante i sondaggi ed il senso comune potrebbero portare a pensarla diversamente, in senso opposto decisamente.

Proprio da quelle primarie ne è uscito vincitore Matteo Renzi con delle percentuali plebiscitarie, lasciando esterrefatti anche i suoi avversari, Gianni Cuperlo e Pippo Civati. Il sindaco di Firenze, già in ballottaggio nelle precedenti primarie contro Bersani, ha sempre rappresentato nell’ultimo anno il bastian contrario proprio dello schieramento di centro sinistra, con posizioni spesso e volentieri in netto contrasto rispetto a tutta la dirigenza del partito, rea dal canto suo di aver sottovalutato la voglia di “rottamare” la classe politica dei cittadini italiani.

È proprio in quest’ottica che Matteo Renzi ha vinto, personificando quella voglia di gran parte del paese di cambiare e di rinnovare completamente tutta la classe politica. Nonostante la sua presenza scenica, che ha portato i suoi detrattori ad accostarlo più a logiche conservatrici che a logiche di sinistra, ha saputo catturare l’attenzione soprattutto delle nuove generazioni, declinando parole che spesso e volentieri la politica ha accantonato. Parole come futuro, parole come comunicazione, parole come meritocrazia. È anche vero che è molto più semplice criticare che governare ed infatti le sue proposte sono state definite abbastanza fumose, soprattutto la volontà di cambiare la legge elettorale attuando quella che oggi viene definita “Legge dei Sindaci”, ossia con la certezza di sapere chi vince le elezioni. Non solo.

Anche la proposta di convertire la camera del Senato della Repubblica nella Camera delle Autonomie, proposta già da tempo considerata negli schieramenti di sinistra, ha trovato da una parte consensi e dall’altra una strenue opposizione; del resto non è possibile cambiare in un giorno la Costituzione, considerando che non esiste una vera e propria maggioranza all’interno del Parlamento. Sicuramente l’elezione di Renzi ha proiettato il Partito Democratico nella logica di una sinistra europea, assoggettandosi maggiormente a strutture ideologiche di centro piuttosto che di sinistra, europeista per l’esigenza moderna. Questo però non ha fatto altro che scollare ulteriormente una buona parte dell’elettorato che ha sempre sperato nel ritorno all’interno del Partito dell’atavica parola “Sinistra”, ancora oggi non sdoganata.

Di rimando per un ventennio la Destra, che sotto l’influenza berlusconiana si è saputa rifondare ed ha saputo anticipare l’idea del partito moderno (divenendo difatti centro-destra), ha tenuto in scacco l’intero paese.

È proprio in questo contesto che si avvia e si sviluppa la figura del leader politico. Quel leader che più che essere il precursore delle idee e delle strategie politiche accettando in prima linea le critiche, è colui che le diffonde senza accettare alcun dibattito interno, quel leader che non può essere messo in discussione nonostante le sue continue cadute di stile, quel leader che trae irriducibile legittimità dal consenso e dalle elezioni plebiscitarie nonostante il tenore di vita poco istituzionale.

Proprio da questo esempio politico, di un leader trainante nonostante i suoi passi falsi, che la sinistra ha sentito l’esigenza di crescerlo in seno, allevarlo ed attenderlo per poi ricusarlo perché ancora non abituata all’idea del leader carismatico. In Italia ancora non si è diffusa, purtroppo, l’idea di un partito che trascenda i singoli, che li possa amalgamare al meglio, che accantoni la logica “su misura”, che limiti il “particulare”, che si avvii attraverso le idee e non i nomi o i cognomi, insomma un partito che metta al centro una rappresentanza diversa dall’associazione a logiche più monarchiche che democratiche.

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