La sfaticata di Pordenone e la paghetta: denuncio papà perché voglio più soldi

“Non mi va di studiare, non voglio lavorare, ma mio padre mi deve dare più soldi”. È questa la dura vita al giorno d’oggi per i figli delle coppie separate. Anche grazie alla legge e a certi giudici. Tanto che si arriva a esigere oltre 2.500 euro al mese (2.577, per l’esattezza) di paghetta.

Questa la richiesta di una 26enne di Pordenone che ha denunciato il padre, “colpevole” di darle una paghetta di soli venti euro al mese. Impossibile – sostiene la giovane – pagare università, bollette, alloggio e medicinali con questo budget ristretto. Senza contare svaghi e vacanze, quantificati rispettivamente in 400 euro al mese e mille euro all’anno. La ragazza, lista di conti alla mano, si è presentata davanti al tribunale di Pordenone dopo che il genitore le ha tagliato i fondi. Una punizione per essere rimasta indietro con gli esami della triennale che lei, fuoricorso, non ha ancora terminato.

La giovane al tribunale ha denunciato il padre perché non sta più rispettando l’impegno, assunto in sede di divorzio, di provvedere al suo mantenimento. Sostiene di essere abituata ad un certo tenore di vita e vorrebbe che il genitore, che non ha problemi economici, continuasse a garantirglielo. Lui, dal canto suo, si è difeso spiegando che sì, dà alla figlia solo venti euro a settimana ma che spese mediche, carburante e abbigliamenti sono comunque coperti. Già, perché padre e figlia vivono sotto lo stesso tetto (dopo che lui le ha revocato i soldi per l’alloggio accanto all’università, per evitarle distrazioni) e lui si occupa di tutte le spese di mantenimento.

I giudici hanno comunque dato ragione alla figlia sia nel primo grado che dopo l’appello del padre. Ma hanno ridotto la paghetta: l’assegno mensile che il genitore dovrà versare sarà pari a 500 euro al mese e coprirà “le spese personalissime e ludico-ricreative, anche straordinarie” fino al 30 giugno 2019 come scrive il Messaggero Veneto. La corte ha sì fatto notare che la figlia non si è impegnata né nello studio né nel lavoro, ma con l’attenuante di un contesto dove c’è “una certa inerzia nella maturazione che porta all’indipendenza dei giovani”. Per questo da un lato i giudici le hanno dato ragione, dall’altra hanno riconosciuto il diritto del padre ad educarla (e quindi hanno deciso di ridurre il totale dell’assegno).

Purtroppo però il messaggio che passa, ancora una volta, è che in una società dove si fanno valere soltanto i diritti, nessuno ottempera più ai propri doveri.

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