La giustizia da riformare e il fallimento della logica del conflitto

di | 23 settembre 2013 | editoriali | Commenti disabilitati su La giustizia da riformare e il fallimento della logica del conflitto

togheIl rischio che si corre quando la politica si appiattisce sui personalismi perdendo di vista l’obiettivo del bene comune è che ogni questione finisce per essere utilizzata come argomento di scontro o strumento di offesa nei confronti dell’avversario.

È accaduto spesso, negli ultimi venti anni, che la legittima aspirazione di riforma della giustizia – sulla quale, più volte, il presidente della Repubblica, ha richiamato l’attenzione delle forze politiche – sia stata bollata come espediente per difendere Silvio Berlusconi. Così facendo la sinistra ha, di fatto, paralizzato il sia pur minimo tentativo di modificare lo status quo.
Che questo sia un atteggiamento profondamente sbagliato è sotto gli occhi di tutti. E gli italiani e le imprese, sempre più spesso alle prese con cause civili che durano decenni e procedimenti penali fumosi e dai costi elevatissimi, se sono accorti sulla propria pelle. Senza contare gli investimenti stranieri che saltano per mancanza di fiducia nel nostro sistema legale.

La domanda, come direbbe Antonio Lubrano, sorge spontanea: cosa bisogna fare per invertire la rotta? Innanzi tutti è necessario un cambio di mentalità.
Politici e magistrati devono abbandonare, una volta per tutte, la logica del conflitto – che è fallita anche nel campo delle relazioni industriali – per abbracciare quella della cooperazione.

Non si può immaginare di rendere più efficiente ed equo l’ingranaggio se prima gli attori del nuovo corso non riconoscano, reciprocamente, ruoli e responsabilità di fronte al popolo italiano. E questo a prescindere dalla circostanza che la legittimazione provenga dalla elezione oppure dal superamento di un concorso pubblico.

Sono tante, purtroppo, le cose che non vanno: a cominciare dal ricorso eccessivo alle misure cautelari, passando per la lunghezza, a volte indefinita, delle indagini, dai rapporti tra ufficio del Pubblico ministero e giudici, dalle “scorciatoie” che i componenti della cosiddetta “casta” inseguono per sottrarsi ai provvedimenti emessi nei loro confronti e via dicendo. Senza contare poi il sistema delle impugnative, i drammi che si celano dietro i processi civili di cui si perde memoria.

Per ogni ambito si può individuare la soluzione più appropriata. Ma solo se c’è collaborazione tra le parti in causa. I politici devono capire che, in caso contrario, qualsiasi legge verrebbe interpretata come punitiva e i magistrati, dal canto loro, non possono far finta di non vedere le aberrazioni cui talvolta sia costretti ad assistere.

Una democrazia matura la si riconosce da come affronta e supera le situazioni di conflitto.

È giunto il momento di sotterrare l’ascia di guerra e di rimboccarsi le maniche per far sì che la giustizia torni ad essere credibile.
Soprattutto quando ci vanno di mezzo i più deboli.

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