La cultura e la politica oggi

di | 7 dicembre 2013 | tribuna aperta | 0 commenti

di Mario di Vito*

MachiavelliEminenti studiosi di antropologia culturale, tra i quali rifulge B. Bernardi, con il suo saggio “Uomo, cultura e società”, hanno posto, come essenziale punto di valutazione della società odierna, il problema della sua adeguatezza alla cultura e se la stessa cultura conserva appieno o meno la sua tradizione umanistica, ossia quella sua indiscussa opera di educazione e formazione dell’uomo, tesa allo sviluppo delle qualità psicofisiche dello stesso e alla completa realizzazione di tutte le sue potenzialità. E’ doveroso ricordare che detto straordinario compito della cultura era nato già con la civiltà greco-romana e si era allargato incommensurabilmente di contenuti originali, com’è noto, nell’età umanistica e rinascimentale, quando si collocò l’uomo al centro del mondo e si esaltò l’efficacia della sua azione e quando soprattutto si stimolò il suo impegno civile e le sue qualità morali ed intellettuali ad operare sempre meglio per il bene di tutti. Si fece, appunto, in tale periodo, un maggiore riferimento ad un nuovo ideale di vita, a quello della solidarietà del credente (il messaggio cristiano è evidente) nei confronti del prossimo, per il quale si cominciava a celebrare anche la sua libertà e la sua dignità. Marsilio Ficino  e Giovanni Pico della Mirandola costituiscono gli esempi preclari di quei tempi.

Nell’età moderna, il pensiero di Machiavelli, di Giordano Bruno e di altri filosofi rimarcano molto l’iniziativa, l’intelligenza e il coraggio dell’uomo, costretto ad affrontare combattivamente innumerevoli ostacoli e veti, che si frappongono inesorabilmente contro ogni sua più semplice affermazione. Il nostro Machiavelli, in particolare, elaborò in proposito la famosa metafora della Virtù e della Fortuna, per lenire un poco la scottante e reale verità, quella della sofferenza umana, causata principalmente dalla natura maligna ed egoista degli uomini, che spesso fanno subire ad altri angherie e dolori ineffabili, solo per accrescere il loro sfrenato accaparramento del potere politico. Oggi, la componente scientifica della cultura, la scienza per antonomasia, riconosciuta somma dall’Illuminismo, dal Positivismo, dal Marxismo, dal Liberalismo, ha incrementato massimamente il generale proselitismo ed ha fatto sì che la cultura stessa finalmente passasse da posizioni aristocratiche ed autoritarie, posizioni sempre molto care, in tutti i tempi, a determinati ceti sociali, ristretti e privilegiati, a quelle più popolari, spiccatamente aperte e vicine a tutta la gente, senza distinzioni assurde e decisamente ignominiose.

Oggi, finalmente si è messo al bando ogni esclusivismo culturale, ma, purtroppo, emergono ancora intellettuali, come dire, di professione (docenti universitari, con lauti guadagni, cultori stipendiati, factotum  e manager, proprietari di mass-media, direttori di case editrici, consulenti, specialisti e componenti di tante numerose ed infinite commissioni dei vari campi dello scibile… etc.etc.) i quali, in forza del particolare “potere culturale” ricevuto, agiscono solo a giovamento delle cordate, alle quali strettamente appartengono e a loro beneficio. Sono divenuti, di conseguenza, gli unici monopolisti del sapere e si sono poi, nel contempo, riservati, ovviamente con il compiacente appoggio dei politici potenti, anche tutti i “posti chiave”, in  assoluta autonomia, con cui gestiscono il “sapere” con gli intuibili effetti  della nascita di un nuovo oscurantismo, più greve e penoso. Francesco De Sanctis avvertì tale pericoloso nocumento per le masse popolari e nei “Nuovi saggi critici” e nel suo capolavoro “ Storia della Letteratura Italiana”, ribadì il principio che la cultura doveva essere lo strumento fondamentale, riconosciuto il più valido per l’emancipazione e la partecipazione costante del popolo alla civiltà dei tempi.

Ora, si spera, invece,  che le vivaci proteste e polemiche e contrapposizioni, giammai sopite per un solo momento, possano conseguire al più presto la necessaria superiore integrazione e possano almeno far pensare concretamente ad un salto qualitativo della cultura, perché la stessa possa finalmente essere libera e possa consentire principalmente a tutti di accoglierla liberamente  per la loro personale  formazione spirituale, umana e civile. Già l’informatica e la telematica, ad esempio, concorrono, oggi, mirabilmente a tale prioritaria finalità.

La cultura potrà, quindi, così rinnovarsi ed ascendere, come si dice ripetutamente in molti ambienti e circoli qualificati, ancora emarginati in candida solitudine, con nuove prospettive, a nuove visioni dei problemi umani, più congeniali alla nostra esistenza. L’attuale e più moderna concezione della vita chiede, infatti, con tutta l’anima, che la cultura non resti più un serbatoio di formule, di slogans, di direttive, di teoremi, di imperativi, di “pensieri già pensati”, quale patrimonio esclusivo dei pochi eletti, ma  un grandioso laboratorio per tutti di nuove idee, di palpitanti progetti, di costruttive ricerche ed esperienze, continue e creative, spinte a capire, a meglio  conoscere il futuro, ma giammai deve essere assolutamente privato delle antiche e solide radici del formidabile e glorioso suo passato.

*già dirigente generale della Polizia di Stato, scrittore e saggista

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