La crisi economica e l’eterna speranza

di | 3 gennaio 2014 | tribuna aperta | 0 commenti

di Mario Di Vito*

poveraUna nuova speranza corre tra la gente, specialmente tra quella più colpita, più afflitta e diciamo pure più devastata dalla miseria e dalla disperazione incalzante, a causa prima della crisi economica, ancora dominante.

Per questa parte, abbastanza consistente, della popolazione sembra, anzi addirittura si ha la certezza, che i percorsi delle loro esistenze siano oggi più che mai segnati dal bisogno, dalla mancanza di lavoro e soprattutto dall’ignominiosa indifferenza dei politici, di quelli in particolare che hanno la legittima possibilità della decisione di realizzare “svolte epocali”, utilissime al risveglio e alla crescita economica, civile e sociale, che si ebbe, per graziosa memoria, all’indomani della fine del Secondo Conflitto Mondiale, ad opera e ad azione di Alcide De Gasperi e di tanti altri encomiabili statisti dell’epoca.

La prima e più immediata decisione, che si dovrebbe prendere, riguarda l’attenta informazione: i nostri cultori di storia, accreditati oggi per maggiorenti dall’attuale organizzazione politica, dovrebbero innanzi tutto, come lo scrivente ha già detto in altri suoi semplici articoli, abbandonare i vecchi criteri, secondo cui la storia è essenzialmente l’elenco dei “grandi fatti”, e concentrare l’attenzione sui reali problemi, puntualmente taciuti.

La “scuola storicistica”, quella che si sviluppò in Germania tra il 1800 e il 1880, nonostante la validità indiscussa dei suoi fondamenti, tra cui spicca tra tanti, quello che cerca di capire un avvenimento con l’altro precedente e che sostiene che la storia dell’umanità è solamente storia di progresso politico, scientifico e tecnico, oramai deve lasciare l’indagine storica ad altri più nuovi sistemi interpretativi, cioè è indispensabile oggi rivolgere lo studio ad ogni campo dell’attività umana, per conoscere la verità dei fatti.

Così si può dire anche per l’altra, ancora più famosa, scuola, quella che è definita marxista, che si è avuta in Italia dal 1920 ai giorni nostri. Pur accettando, con rigore, ma sempre con libertà di pensiero, il principio che la storia è la storia dello scontro tra classi sociali, tra chi detiene e tra chi non detiene il potere, e che la storia è solo quella della masse popolari, peraltro oggi scarsamente identificabili nella loro concreta estrinsecazione, sta di fatto che le problematiche ed i guasti si sono enormemente ingigantiti e diffusi ed appaiono agli occhi di tutti sempre più gravi ed insolubili.

La scuola degli storici odierni, definita appunto “scuola nuova”, nata nel 1940 e largamente seguita in Francia, invece ancora poco recepita, in verità, in Italia, sembra che abbia oggi per così dire avuto la “meglio”, giacchè coglie la centralità della più vera e sacrosanta interpretazione storica di tutti gli avvenimenti esaminati, in quanto si propone di conoscere la storia di tutti gli uomini, indistintamente considerati.  Detta scuola è, infatti, quella che più lascia certezze, rifuggendo da ambiguità, insulse e pretestuose, se non addirittura false, che inducono la maggior parte di noi a produrre convincimenti errati, che non hanno nulla di vero e di piena rispondenza alla realtà degli accadimenti.

Ammiano Marcellino, uno storico minore del passato IV Secolo, preso ad esempio, insieme agli altri sommi più cospicui e pervasi di contenuti eccellenti, grandiosi ed ineccepibili della nostra tradizione storiografica, unitamente all’altro grande Niccolò Machiavelli, conosciuto più per politologo che per storico, sosteneva con coraggio davvero eroico per i suoi tempi cupi ed oscuri, nei quali primeggiavano oppressioni e tirannie  (ne sono testimonianze gli insolenti panegirici celebrativi e le sgradevoli adulazioni elogiative dell’epoca), che la verità e l’imparzialità devono costituire il massimo patrimonio culturale dello storico per eccellenza, se s’intende offrire ai reggitori dei Paesi esperienze ed indicazioni per dare così a tutti un po’ di floridezza, di benessere e di serenità.

Orbene, continuando a parlare dei tempi contemporanei, perché non dire chiaramente la verità sulla crisi economica incombente e dire così che questa spaventosa crisi economica sta letteralmente distruggendo solo la parte meno consistente della nostra Comunità, già tanto appesantita dall’ingente quantità di immigrati stranieri clandestini, che tenta per ora solo di sopravvivere, ma che è la più operosa, anche se è la meno protetta e tutelata. L’altra parte, quella che è la più numerosa e la più appariscente continua, invece, ad essere “parassitariamente” la più agiata e diciamo pure, senza fingimenti di sorta, la più ricca, perché, avvalendosi anche del lavoro nero e di altre macchinazioni oscure, fruisce di protezioni infinite, accordate dalle cordate e dai gruppi di appartenenza.

Solo le numerose, programmate riforme, più volte specificatamente indicate in tanti numerosi saggi di autorevoli studiosi ed anche in più modesti precedenti articoli dello scrivente, riguardanti tutte le attuali strutture ordinamentali della nostra società, e non solo ovviamente quella sulla legge elettorale, potrebbero, si spera, dare una decisiva “svolta” alla nostra realtà umana, tutta intera pensata, e consentire alla stessa per il bene di tutti una sua effettiva e certa crescita economica e sociale, per non finire nel prossimo domani in prevedibili, assai lugubri conseguenze.

*Già dirigente generale della Polizia di Stato, scrittore e saggista

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