La crisi affonda il Sud: in sei anni persi 43 miliardi di Pil e 600mila occupati

di | 27 dicembre 2013 | attualità | 0 commenti

povertà-in-Italia-istatCome purtroppo era prevedibile, in un sistema Paese rallentato da problemi strutturali cronici, la crisi economica ha colpito soprattutto le aree più deboli. Infatti, al termine del sesto anno consecutivo di sconquasso economico, il Mezzogiorno ha bruciato una fetta significativa della propria ricchezza: tenendo conto delle stime per il 2013, saranno 43,7 i miliardi di euro di Pil perduti dall’economia meridionale tra il 2007 e il 2013. L’allarme arriva dal volume “Check-up Mezzogiorno” da Confindustria e Studi e Ricerche per il Mezzogiorno.
Al centro di questa distruzione di ricchezza c’è una severa selezione della base imprenditoriale, che prosegue con andatura allarmante. Nei primi nove mesi del 2013, quasi centomila imprese meridionali hanno cessato la loro attività ad un ritmo di 366 cessazioni al giorno: ben 2.527 sono le aziende fallite.
Confrontando, invece, aperture e cessazioni dal 2007 al 2013, si sono perse circa trentamila imprese, di cui circa 15mila solo nei primi nove mesi del 2013. Si rafforza una netta divaricazione nei risultati d’impresa: quelle che ce la fanno, e si rafforzano anche durante la crisi, sono imprese di media dimensione, che vedono crescere il proprio fatturato (+8,2%), così come le grandi imprese (escluse le raffinerie), che lo accrescono seppur di poco.
In flessione, invece, il fatturato delle piccole imprese, con un calo del 9,3% tra il 2007 ed il 2012. Per ogni tipo d’azienda le dinamiche creditizie restano negative: gli impieghi nel Mezzogiorno continuano a scendere (9,3 miliardi di euro in meno rispetto al 2012), mentre i crediti in sofferenza hanno superato i 31 miliardi di euro, cioe’ l’11,1% del totale.
Nonostante il quadro negativo, cresce il numero di imprese che mettono in atto comportamenti proattivi per opporsi alla crisi: in controtendenza rispetto alla riduzione del numero assoluto di imprese nel 2013, si consolida il numero delle società di capitali (+3,2%) e raddoppia in soli sei mesi il numero di imprese meridionali aderenti a contratti di rete. Il clima di fiducia delle imprese manifatturiere meridionali, pur restando il più basso tra le quattro macro aree, continua il suo lento miglioramento, tornando ai livelli dell’estate 2011. Se alcuni segnali, dunque, indicano che la caduta imposta dalla crisi inizia a rallentare, non si arresta il calo degli occupati. A fine 2013, si stimano infatti oltre 600mila occupati in meno rispetto al 2007; questo numero è quasi raddoppiato nell’ultimo anno. La disoccupazione ha raggiunto il 19,8%, quella giovanile interessa ormai un giovane su due.
Se i timidi segnali di crescita che si iniziano ad osservare a fine 2013 verranno confermati, il vero pericolo è che si possa produrre nel 2014 una debole “ripresa senza occupazione”, in cui i posti di lavoro creati non sono sufficienti a compensare quelli perduti per effetto della ristrutturazione in atto. “Ciò rende urgente un cambio di passo nel generale orientamento delle politiche economiche del Paese e, in particolare, delle politiche di sviluppo per il Mezzogiorno”, sottolinea il rapporto di Confindustria e Studi e Ricerche per il Mezzogiorno.
Il Rapporto indica anche come agire. “Da un lato è necessario intervenire con urgenza per realizzare alcune delle riforme strutturali: la drastica riduzione del cuneo fiscale, il taglio strutturale della bolletta energetica, lo smaltimento completo dello stock di debiti accumulati dalla Pa nei confronti delle imprese – prosegue -. Dall’altro, con particolare riferimento al Mezzogiorno, è fondamentale il ruolo che possono svolgere le politiche di sviluppo, sia nel breve, sia nel lungo periodo: la loro azione è decisiva per una economia fortemente dipendente dall’azione pubblica come quella meridionale. In primo luogo, infatti, esse possono ridurre la polarizzazione tra imprese competitive e imprese in difficoltà, contribuendo a riaprire i rubinetti del credito, a favorire gli investimenti, a promuovere l’occupazione tramite una riduzione dei costi dei neo assunti, a sostenere l’internazionalizzazione delle imprese meridionali – spiegano ancora Confindustria e Studi e Ricerche per il Mezzogiorno -. In secondo luogo, possono immettere rapidamente nel circuito economico le risorse ingentissime che la politica di coesione, nazionale e comunitaria, ha accumulato fino ad oggi, per ritardi di spesa, incapacità programmatorie e progettuali, vincoli di bilancio e peso del Patto di Stabilità interno. Sono circa 60 i miliardi di euro, tra risorse dei fondi strutturali 2007-13, del Piano d’Azione Coesione, del Fondo Sviluppo e Coesione, che potrebbero essere rapidamente trasformati, nel prossimo triennio, in investimenti pubblici e privati, e costituire un volano straordinario di crescita economica per il Sud. Senza contare le risorse, altrettanto cospicue, del ciclo di programmazione 2014-2020 che sta per aprirsi”.

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