Impariamo il senso del bene comune dagli antichi romani

di | 31 ottobre 2013 | editoriali | 0 commenti

di Gino Zaccari
cincinnatoTalvolta si è portati a credere che la storia sia una continua e perpetua evoluzione verso il meglio in tutti i campi, purtroppo dopo un’attenta analisi almeno dei fatti e degli usi della contemporaneità bisogna dire che in molti casi, anche sulla base di valori riconosciuti come tali in tutte le epoche, spesso si torna drasticamente indietro.
“Il senso dello stato e del bene comune” è qualcosa su cui dopo le rivoluzioni del ‘700 e dell’800, e dopo due guerre mondiali che hanno spazzato via imperi, regni, e dittature, dovremmo avere poco da imparare dal passato, specialmente da quello più arcaico. Eppure le cronache politiche di queste settimane come quelle degli ultimi anni ci parlano sempre della stessa cosa: chi è al potere vuole restarci, chi promette che diminuirà il numero dei parlamentari, degli amministratori, dei dirigenti, degli stipendi d’oro, puntualmente e inesorabilmente non lo fa, e non la non perché “gli altri” non glielo permettono, ma semplicemente perché deliberatamente e volontariamente non mantiene la parola data, tutto qua.
E allora, sfogliando un vecchio libro di storia fa sorridere amaramente vedere esempi che stridono completamente con il comportamento di chiunque oggi abbia una carica di responsabilità a qualunque livello. Nel 458 a.C. ad esempio, l’esercito romano era assediato nel suo accampamento mentre era intento ad affrontare gli Equi. Per evitare il disastro il senato decise di affidarsi all’unica personalità ritenuta all’altezza della situazione, con voto unanime nominò Lucio Quinzio Cincinnato (che in quel momento era un semplice cittadino intento nel lavoro dei campi) dittatore dandogli il comando di tutte le truppe ancora disponibili. Tito Livio ci racconta che furono gli stessi senatori a raggiungere Cincinnato nei campi per pregarlo di accettare l’incarico, cosa che egli fece e in capo a due settimane riportò un trionfo schiacciante sulle truppe nemiche distribuendo poi un abbondante bottino alle proprie truppe.
E qui accade ciò che ognuno di noi vorrebbe vedere dai propri responsabili, dai politici, dai dirigenti della nostra epoca, Cincinnato aveva concluso la sua missione, risolto il problema per cui era stato chiamato e con ancora un potere assoluto che nessuno poteva togliergli decide di fare un passo indietro e rimettere quel potere al senato poiché appunto il motivo per cui gli era stato dato non esisteva più. Allora sulla scorta di questo esempio potremmo immaginare un dirigente chiamato alla giuda di Telecom, o Alitalia o Fiat che in pochi mesi risana l’azienda, la mette in produzione, mette i dipendenti in condizione di produrre e guadagnare adeguatamente e poi si ritira a vita privata. Oppure potremmo vedere un presidente del consiglio che in pochi mesi risana le casse dello stato, abbassa le tasse, riequilibra gli sprechi e poi, quando ha mantenuto con i fatti tutte le promesse elettorali si dimette, senza super bonus, senza pensione faraoniche. Fantascienza? Nell’Italia di oggi sicuramente sì eppure l’esempio dalla storia ce lo abbiamo e sarebbe sufficiente osservarlo, per avere senso dello Stato e del bene comune, oggettivamente non ci vuole molto, non è un problema di grandi capacità ma solo di onestà e volontà.

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