Immigrati, quel funerale senza bare e la credibilità del nostro Paese

di | 22 ottobre 2013 | tribuna aperta | 0 commenti

di Ciro Balzano

funeraliC’è chi li chiama extracomunitari per evidenziare la distanza burocratica e territoriale che esiste tra il proprio paese e quello dei “diversi”. C’è chi li chiama immigrati per sottolineare la distanza sociale ed umana che esiste tra la propria comunità d’origine e quella dello “straniero. Sono solo persone in fuga dalla fame e dalle guerre che non hanno più niente da perdere, e che pagano cifre esorbitanti, nella speranza di una vita migliore. È andata in scena il capitolo della commemorazione “dovuta”, perché in fondo quei tanti morti non possono lamentarsi del trattamento a loro riservato, non potevano farlo da vivi, figuriamoci da morti.

Ad Agrigento sfilano le alte cariche dello stato quali Angelino Alfano, Vice Premier e Ministro dell’Interno, il Ministro per l’Integrazione Cecile Kyenge, ed il ministro della Difesa Mario Mauro ma non le bare, quelle non ci sono. Un funerale senza bare, ma questo non conta nel nostro paese. I morti ci sono sempre stati, anche se invisibili, anche se non considerati. Il paese del silenzio che segue ad una tragedia, annunciata, sempre. Le contestazioni non mancano ed investono in particolar modo il vicepremier Alfano, che dopo alcuni tafferugli è costretto a malincuore ad abbandonare il luogo. Al grido “Assassini, basta con la Bossi-Fini” risponde “I cosiddetti attivisti che hanno gridato ‘assassini’ sono quelli che vogliono frontiere libere e scafisti in libertà, ma non l’avranno vinta. Noi proteggeremo le nostre frontiere salvando vite umane”.
Una cerimonia sobria, all’insegna della mistura delle religioni. Il rito viene celebrato in diverse lingue. È la fusione di due credenze religione sì, ma anche di due stili di concepire e vivere la vita in maniera differente. L’Islam ed il Cristianesimo uniti da una tragedia, per una volta senza violenza immane e sconsiderata, per una volta insieme nel ricordo di anime troppo presto strappate alla vita, ma prima di tutto esseri umani al di là dell’appartenenza religiosa.
È Don Mosè Zerai a definirla “Solo una beffarda passerella”. Il sacerdote eritreo, da anni punto fermo per i migranti che giungono nel nostro paese, si ritiene indignato per una cerimonia svolta senza alcuna bara, senza poter sentire tra loro le vittime della più grande tragedia in mare. Non è stato nemmeno accordata la presenza ai 150 sopravvissuti che, dal canto loro, al centro di accoglienza di Lampedusa, hanno manifestato il loro dissenso per la decisione che li ha visti esclusi dalla commemorazione. Dopo numerose ore, grazie all’aiuto di un mediatore culturale, hanno avuto la possibilità di raggiungere gli scogli poco lontani, dove tutti assieme hanno lanciato in mare fiori nel ricordo dei loro compagni di viaggio. È un’ecatombe senza fine. Se ad altre stragi della storia, di cui la nostra mente ha memoria, si può porre una chiusura definitiva, risulta davvero complicato porre la parola fine a questa.

Dal 1988, lungo le frontiere dell’Europa, sono morte 19,372 persone, è l’allarmante dato pubblicato da Fortress Europe, il blog di Gabriele Del Grande che ripercorre ,attraverso le notizie censite negli archivi della stampa internazionale, la tragedia infinita dei migranti. Solo quest’anno sono 695 le vittime in mare, ma non del mare, perché la morte non giunge per fenomeni atmosferici e naturali o per la vasta distesa di acqua che cinge le nostre nazioni, ma per l’indifferenza delle persone che continuano a fingere di non vedere.

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