Il welfare aziendale in Italia, un amore mai sbocciato (o mai nato?)

di | 2 agosto 2013 | tribuna aperta | Commenti disabilitati su Il welfare aziendale in Italia, un amore mai sbocciato (o mai nato?)

manidi Ciro Balzano

Il welfare come strumento per migliorare produttività ed aumentare occupazione. È questo quello che emerge dal recente rapporto del progetto di studio “Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali” effettuato dal Censis, l’istituto italiano di ricerca socioeconomica, con la collaborazione dell’Unipol.

Secondo il rapporto solo circa il 49 per cento delle aziende italiane adotta misure flessibili in campo lavorativo, ed è ancora troppo poco rispetto al trend europeo dove si registrano percentuali nettamente differenti, difatti in Germania il 58 per cento delle imprese adottano soprattutto orari di lavoro flessibili, in Spagna il 55, in Francia il 51, mentre in Inghilterra addirittura il 70. Le uniche nazioni a mostrare valori più bassi rispetto ai nostri sono solo Grecia, 34, e Portogallo, 48 per cento.

Solo in Italia si contano tra l’altro 3 milioni e mezzo di lavoratori part-time, pari al 17 per cento del totale; anche questa percentuale è molto distante rispetto ai valori riscontrati nelle altre nazioni europee, dove la media è del 20 per cento, con valori anomali riscontrati in Olanda ,quasi il 50, ed in Svizzera 36 per cento.  Anche per quanto riguarda la componente part-time femminile in Italia i numeri sono poco confortanti. La percentuale rilevata è del 31% mentre in Germania è del 45, in Svizzera il 61 ed in Olanda del 77.

La flessibilità nel mondo del lavoro risulta essere, nella fase moderna, molto più importante di quanto si possa pensare. Le politiche su questa linea di intenti mirano ad alleggerire gli orari di lavoro in ogni settore produttivo in modo da concedere maggior tempo ad ogni individuo per poter rinsaldare e ravvivare i rapporti familiari; non a caso, gli orari frenetici moderni non hanno permesso, ed ancora non permettono una vera e propria conciliazione tra il lavoro, con orari sempre più rigidi, e le esigenze della famiglia, che in molte occasioni non riesce più ad adempiere al suo ruolo naturale di cuscinetto sociale.
L’esperienza europea in merito dimostra che il welfare nelle imprese, come una maggiore retribuzione, porta i lavoratori ad essere più motivati ed incentivati a partecipare attivamente alla vita produttiva della propria azienda.
Oggi esistono numerose forme di welfare aziendale quali le forme di sostegno alle lavoratrici in maternità, l’assicurazione medica finanziata dall’azienda, numerosi altri strumenti volti a migliorare le condizioni di lavoro e ad incentivare i lavoratori. Secondo numerose testimonianze, raccolte nella preparazione della ricerca, i lavoratori sono particolarmente interessati a tutti quei servizi di sostegno aziendale che permettono ad ogni individuo di prendersi cura di chi, nella propria famiglia, necessita di cure ma anche a tutte le misure aziendali che possano concedere l’accudimento dei propri figli. Infatti in Italia, secondo le stime del Censis, ci sono circa 5 milioni di famiglie in cui è presente un individuo da accudire. Non solo. In 450.000 famiglie c’è almeno un componente che ha dovuto ridursi il proprio orario di lavoro per poter prestare le cure necessarie ad un componente della propria famiglia. Oggi il welfare, soprattutto in Italia, è ancora un argomento a molti sconosciuto. Sono milioni i lavoratori che non avendo contratti di lavoro “regolari”, quindi che fanno parte del lavoro cosiddetto sommerso, non possono usufruire delle varie forme di welfare presente in ogni normativa che regola ogni contratto di lavoro.
Sarebbe necessaria,come è evidente, una riforma radicale del lavoro, perché essendo la coperta dell’agenda politica quasi sempre molto corta, ogni volta che si sfiorano, attraverso le riforme, argomenti così delicati,si finisce per coprire sommariamente quella porzione sociale scontenta ma poi di conseguenza si scopre un’altra porzione, creando così nel paese ,nella maggior parte dei casi, un disagio sociale ciclico.

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