Il monito di Cancrini: “Mai dimenticare la centralità del bambino”

di | 21 novembre 2013 | attualità | 0 commenti

cancrini_luigiLa vicenda del bambino conteso di Cittadella portato via da scuola dai poliziotti, balzata agli onori della cronaca grazie ad un video girato con il cellulare da una testimone, è ancora ben presente nella mente e nel cuore degli italiani. Da quella storia è nata l’idea del film “Il bambino cattivo” realizzato dal regista Pupi Avanti per la Rai e mandato in onda in occasione della Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Ne abbiamo parlato con il professor Luigi Cancrini, psicoterapeuta e presidente del Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale, che ha aiutato il maestro a focalizzare l’attenzione su una serie di aspetti di estremo interesse. L’operazione è riuscita a tal punto che l’esperto ritiene che la pellicola andrebbe proposta come materiale di studio e di riflessione per tutti quelli che si occupano di affido e adozioni”.

“L’idea fondamentale, quando ci si confronta con questo tipo di situazioni – continua – è la centralità del bambino, spesso dimenticata dai media e dall’immaginario collettivo. Nel film vengono messi in primo piano i diritti dei genitori e le difficoltà del bambino che vive all’interno di una famiglia incapace di dargli l’affetto e la tranquillità di cui ha bisogno per crescere. Fin dalle prime sequenze il litigio violento fra i genitori viene seguito attraverso gli occhi spaventati e tristi di Brando. È nel momento in cui si riflettono in quegli occhi e nella stanchezza docile del bambino che i comportamenti scomposti degli adulti, un disperato Luigi Lo Cascio ed una angosciata Donatella Finocchiaro, si rivelano in tutta la loro sostanziale assurdità e in tutta la loro incredibile crudeltà. Di fronte ad un bambino di cui nessuno dei due riesce più ad accorgersi dall’interno di una vera e propria “guerra dei Roses”.

Quali sono i provvedimenti da prendere per tutelare il minore e proteggerlo da questo tipo di situazioni?

Sottrarre il bambino ai veleni e alla violenza scomposta di un litigio irrimediabile è prima di tutto un dovere dei servizi che si occupano dei minori in difficoltà ed è qui, a mio avviso, che il film rompe con il pregiudizio relativo alle Case Famiglia. Il luogo in cui viene accompagnato Brando è presentato, infatti, come un posto accogliente e sicuro e non come il punto d’arrivo di una violenza che “strappa” il bambino ai suoi genitori. Spazio reale in cui Brando, sostenuto da adulti affettuosi, può riflettere su quello che gli sta accadendo intorno e rielaborare il trauma (del lutto)”.

Pupi AvatiQuali input culturali suggerisce Il bambino cattivo?

Propone al grande pubblico, frastornato dai pregiudizi e dalle discussioni strumentali sulle difficoltà delle famiglie e dei bambini infelici, valori estremamente positivi. Permettendo un incontro niente affatto casuale fra l’intuizione del poeta che sta dietro la macchina da presa e i progressi fatti dalla pratica terapeutica e dalla ricerca scientifica in questi ultimi decenni in tema di infanzia infelice. Da Bowlby e Winnicott in poi.

Come bisogna muoversi perché una possibilità di questo tipo sia offerta a tutti i bambini che ne hanno bisogno?

Superando la retorica sugli “istituti” e valorizzando il lavoro di chi ogni giorno, in quelle piccole strutture, dedica il suo tempo, la sua professionalità e la sua capacità di accogliere l’angoscia di bambini infelici.

Il regista ha colto il vero significato del concetto di adozione?

In modo purtroppo drammaticamente diverso da quello che accade in tante adozioni frettolose e destinate poi a problemi (e, spesso, a fallimenti) più o meno drammatici, l’intuito di Avati è stato quello di cogliere, con incredibile precisione, la complessità delle emozioni suscitate nel bambino infelice dalla proposta dei due genitori che si offrono di prendere il posto dei suoi. Nuovi genitori che si propongono come adulti in grado di accettare l’idea che sia lui a dare i tempi di un contatto e di un avvicinamento che deve essere vissuto come una scelta. Da costruire lentamente. Con dolcezza. Accettando fino in fondo la paura che ad essa si collega.

Quale è stato il suo contributo al soggetto del film?

Il messaggio che voglio dare, mi diceva Pupi Avati all’inizio di questo lavoro, è quello di chi crede che all’infelicità del bambino si possa porre rimedio. Ascoltandola. Accogliendola. Cercando con lui delle soluzioni. Ho cercato di dare il mio contributo grazie all’esperienza maturata con il Comune di Roma nel Centro Aiuto al Bambino Maltrattato e Famiglia. In tutti i bambini e, in particolare, nei bambini infelici esiste un potenziale di cambiamento straordinario e dobbiamo garantire loro una giusta società dove, un insieme di servizi e di persone, si dimostrano in grado di assicurare il rispetto e lo sviluppo.

 

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