Il Mediterraneo, tra mito e speranza

di | 22 ottobre 2013 | tribuna aperta | 0 commenti

di Mario Di Vito*

mar-mediterraneoEugenio Montale si rivolge direttamente al Mare Mediterraneo in una sua famosa lirica omonima, come ad un suo amico, “antico” e fidato e canta le sue virtù con parole semplici, ma dense di amore, sì che chi ascolta la rima, sembra che oda il fragore delle onde e senta quasi sulla pelle il calore del sole, che brilla nell’aria dell’estate. Le immagini sono così vive, perché è profondo ed autentico il fascino che il Mar Mediterraneo esercita sul poeta, nato in Liguria, a Genova e vissuto a Monterosso, sulle rive assolate di quella terra, ma anche su tutti noi, anche sullo stesso scrivente, che ha avuto la fortuna di fare un viaggio per un considerevole periodo, a bordo di una magnifica nave, sulle sue splendide, spumose e verdi onde.

Ritornano in mente i versi, quelli in particolare, in cui gli uomini sono esortati a restare uguali a loro stessi, sempre fedeli ai principi morali di onestà e di rettitudine, come fa “lui”, il mare, che, pur mutando continuamente d’aspetto, resta sempre lo stesso, liberandosi continuamente da tutte quelle impurità, che lo assalgono e lo trafiggono, cosa che, invece, l’uomo non sa fare, forse non riesce a fare e molte volte non vuole fare per miserevole suo egoismo. Questa verità, cantata dal poeta, è, dunque, davvero sacrosanta e resta immutabile nel corso dei secoli, passati, presenti e futuri. Il Mar Mediterraneo costituisce davvero una lusinghiera e formidabile testimonianza.

Nessun mare ebbe tanta storia, tanta importanza, pari a quella del Mediterraneo. Fin dai tempi antichissimi, esso fu il glorioso tramite dei commerci ed il funesto teatro di guerre fra i popoli di tre continenti. La civiltà assiro-babilonese, quella minoica, dall’isola di Creta, ed ancora quella egiziana, dalle rive del Nilo si diffusero su tutte le coste e innalzarono ovunque portentosi vessilli di elevate condizioni di vita. Dalla stretta striscia rupestre della Fenicia, arditi navigatori colonizzarono tutto il bacino mediterraneo; Cartagine sorse e creò a sua volta un gran dominio; la civiltà micenea, cantata da Omero, e poi quella miracolosa della giovine Ellade fecero sorgere colonie innumerevoli, dalle Colonne d’Ercole al Mar Nero, dalle foci del Rodano a quelle del Nilo, quali illuminanti fari di infinita cultura. Roma sorse poi imperitura anch’essa e con la sua grande forza unificatrice, militare e politica, salvò l’eredità greca, rendendo tutto il “Mare Nostrum”, culla perenne di una novella grande civiltà.

Sul Mar Mediterraneo veleggiarono Paolo ed Agostino, gli Apostoli ed i Padri del Cristianesimo, che lo diffusero rapidamente in tutta l’Europa ed anche nel mondo asiatico, annunciatori della “Buona Novella”. L’Islam, dopo pochi secoli, con la sua potente energia d’espansione, si propagò nel Mediterraneo, arrecando a sua volta altro originale contributo a tutta quella civiltà già esistente, consolidata ed affermata. Con l’imperatore del Sacro Romano Impero, Carlo Magno, con le Crociate, con le Repubbliche Marinare, il “Mare Nostrum” divenne il cuore pulsante della novella civiltà mondiale. Nell’età moderna e contemporanea, la Gran Bretagna, unica potenza extramediterranea, resasi conto dell’enorme valore del bacino, riuscì a possedere numerose posizioni strategiche sulle coste, che tuttora in parte conserva, quali Gibilterra, porta dell’Atlantico, Malta, Suez, Cipro. Altrettanto, in verità, operarono gli altri Stati, così il nostro Paese, la Francia, la Spagna, la stessa Grecia e tutti riuscirono a conseguire prestigio ed autorevolezza.

Oggi, si veleggia festosamente e sembra che il Mar Mediterraneo, come il nostro Poeta ci canta, continua a prestare la sua azione infaticabile, moralizzatrice, ispiratrice di pace e di indispensabili equilibri, rifiutando finalmente, perché stanco di sopportare il male degli uomini, guerre fratricide e tumulti incessanti, forieri solo di lutti e dolori.

Certo, la cultura contemporanea di fratellanza dei popoli è cambiata, Israele è risorta nuovamente in uno splendido giardino, anche se guerriglie ed improvvisi attentati terroristici si susseguono ancora, con infelice strazio e dolori inconcepibili. Così si auspica per una felice soluzione europea delle recenti, penosissime emigrazioni di gente straniera, bisognevole solo di un aiuto immediato per una nuova loro esistenza.

La speranza si ristora nel canto del giovine tenore Carlo Ruggiero, il quale, nelle notti marine di navigazione, eleva, con la sua incantevole voce, le soavi e placide melodie di tutti i tempi e della musica divina a livelli di alta finitezza spirituale e culturale per tutti, per tutti noi croceristi, provenienti dall’Europa, oggi finalmente Unita, dalle Tre Americhe, dall’Asia, dall’Africa e dalla lontana Australia. La speranza di un mondo migliore resta, comunque, ferma, nelle nostre menti e nelle nostre anime, ci accoglie ancora, ci assiste e ci sostiene, per cui possiamo dire con Dante “finché la speranza avrà ha ancora un po’ di verde”, finché la speranza ha vita, cioè finché si vive su questo meraviglioso mare.

*già dirigente generale della Polizia di Stato, saggista e scrittore

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