I fuochi d’artificio di Renzi e l’annichilimento dei cespugli neocentristi

di | 23 dicembre 2013 | tribuna aperta | 0 commenti

di Gianstefano Frigerio*

Matteo Renzi da qualche mese sta inanellando una serie eclatante di colpi di teatro, di fuochi d’artificio, di pezzi di bravura comunicativi, di parole d’ordine: il tutto per cercare di intercettare il malessere angoscioso del Paese e di incanalarlo verso una coraggiosa speranza di rinnovamento, di novità, di palingenesi purificatrice. Il Paese è stremato, sfiduciato, imprigionato in una bardatura asfissiante di burocrazie ed in una ragnatela di regole; e non riesce più a produrre una spinta riformatrice. Perciò Renzi ha fretta; non può permettersi né tempi morti né pause né meline stressanti. Il tempo lavora contro di lui; la disillusione e la “palude” del cambiare tutto per non cambiare nulla lo braccheranno già nelle prossime settimane, assieme all’abbraccio snervante degli innumerevoli trasformisti balzati osannanti sul suo carro. E la fretta di Matteo Renzi lo spinge inesorabilmente a cercare un confronto, un aggancio, uno scontro ravvicinato con le diverse derive populiste, così da intercettare i “frammenti di Paese” che ansiosamente e in modo volatile trovano rifugio in esse. E la fretta di Matteo Renzi lo spingerà in prospettiva a divaricare la sua strategia da quella del Governo; quindi a non farsi chiudere nel recinto della difesa del Governo; quindi a non farsi identificare col Governo. Ecco perché sulla riforma elettorale e sulle riforme istituzionali il campo di gioco non sarà quello di una maggioranza resa monca; ecco perché il nuovo Segretario del Pd ha rilanciato la linea della vocazione maggioritaria e cerca in ogni modo, con ogni gesto, con ogni dichiarazione, di trasformare il Governo in un Monocolore Pd. Però, nonostante questa strategia, nessuno si illuda di poter identificare le recenti primarie ed il trionfo di Renzi con una Bad Godesberg (certo, un po’ in ritardo) o addirittura con una “rinascenza” del sogno della “rivoluzione liberale”. La sinistra ed il Paese ne avrebbero un gran bisogno; ma è presto per abbandonarsi agli entusiasmi ed alle facili analisi. Gli ostacoli sono enormi, a cominciare dalla crisi economica, dallo squilibrio pervasivo dei poteri dello Stato, dal disfacimento delle forze politiche, dall’arrogante chiusura delle burocrazie e delle corporazioni. Limitiamoci invece a prendere atto che il disegno di rinnovamento di Matteo Renzi è quantomeno divaricante rispetto alla spazio ed all’azione del Governo. Del resto il fallimento del disegno strategico delle “larghe intese” ha trasformato il Governo in una parentesi tattica, emergenziale, in una sorta di Governo del Presidente, in perenne attesa di poter portare gli italiani al voto. In fondo il Governo, al di là dell’alacre e dignitoso lavoro internazionale del Presidente del Consiglio, si vede drasticamente ridimensionato nelle sue aspirazioni strategiche: Renzi lo ha un po’ ruvidamente espropriato del “pacchetto riforme istituzionali” (in verità dopo lunghi mesi di conversari sterili e salottieri, “tutte chiacchiere e distintivi”); la riduzione della pressione fiscale si è inabissata nel gran pasticcio dell’Imu, nell’aumento dell’Iva, nelle sterili proposte sul cuneo fiscale; non vi sono proposte concrete sulla riduzione del debito pubblico e quindi sulla cessione degli asset mobiliari ed immobiliari dello Stato; sulle libertà civili (al di là di alcuni incidenti gravi come quello col Kazakistan ed i recenti episodi di Lampedusa) il Governo continua ad ignorare i richiami formali dell’Europa (non solo sulla condizione carceraria, ma neppure sul rispetto dell’Habeas corpus); ed infine, la legge di stabilità ha generato più perplessità e scontenti che speranze; e comunque non provocherà il salutare sussulto, motore della ripresa. Del resto, e non poteva forse essere diversamente, la legge di stabilità è il frutto sofferto e acerbo di una maggioranza in rapido declino, senza prospettive strategiche, motivata solo dal disperato mito della stabilità tout court, senza prospettive sul futuro. Come potrà quindi Matteo Renzi, interprete di un grande sussulto di popolo e di profonde ansie di cambiamento, mettere la propria leadership e le proprie speranze di cambiamento al servizio ed in difesa di un Governo senza orizzonti strategici e sempre di più prigioniero delle crisi che si aggrovigliano nel nostro Paese? Dentro questa prospettiva politica, lo spazio del Centro alleato di Letta diventerà via via più residuale, ormai sradicato dal suo contesto elettorale e dallo smarrimento del ceto medio in crisi. Perciò l’unico futuro per Letta è la discontinuità, il cambiamento drastico di marcia, la rottura brusca con la routine del passato. Infatti la terra di coltura dello sviluppo è la libertà, la creatività, la innovazione, la flessibilità, la capacità di rompere l’assedio della oppressione delle diverse burocrazie. Con annunci e messaggi vaghi e retorici il Governo non riuscirà a liberarsi dalla impotenza gattopardesca della routine; servono progetti di trasformazione radicale, concretezza, coraggio e speranza. Ecco il leit motiv dei prossimi mesi: la ricerca antagonista di un punto di mediazione, di incontro tra il necessario realizzarsi della missione leaderistica di Renzi e la durezza spigolosa della realtà di Governo interpretata da Letta. Ma in questo scenario, la voce politica delle forze di Centro sarà del tutto afona, il loro spazio politico diventerà residuale, il loro ruolo sempre più subalterno: il futuro politico dei Moderati e del Ppe non sta più nel Governo Letta.

 * Membro dell’Ufficio Politico del Ppe

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