I bimbi “mai nati” sono persone. Non rifiuti ospedalieri

di | 29 ottobre 2013 | attualità | 0 commenti

fetoVi siete mai chiesti che fine fanno i bambini “mai nati”, quelli, cioè, che muoiono prima del parto, per cause naturali o per errore medico? La natimortalità è un fenomeno di cui si conosce poco, e di cui non si parla. E che non guarda in faccia a nessuno. È un dramma che non conosce età, religione, razza.
Si tratta di un fulmine che colpisce quelli che sarebbero dovuti diventare “mamme e papa’”. E che invece molto spesso, oltre a dover affrontare un trauma emotivo indescrivibile, perché – è questa è una cosa davvero inaudita! – vedono i propri figli gestiti come rifiuti ospedalieri alla stregua di arti e interiora.
Contro questa aberrazione umana e giuridica si batte l’associazione “Pensiero Celeste di Padova”, perché si è persone fin dal momento del concepimento e dunque quando si verifica la morte i bimbi mai nati hanno diritto ad un trattamento consono. Che non può essere quello previsto per i rifiuti ospedalieri. Non un funerale, non una piccola bara bianca, non un posto in cui, nella solitudine e nel raccoglimento, recitare una preghiera o anche poter piangere.
Per lasciare una traccia di queste esistenze l’organizzazione ha dato vita ad una grande mobilitazione per ottenere dalla politica la previsione dell’obbligo di iscrizione nel Registri dello Stato civile.
Andrea Napoli, presidente del sodalizio, è il papà di Celeste una bimba che non ha superato alla 27ma settimana di età gestazionale per un errore medico. È un uomo che ha vissuto il dolore più grande che gli potesse capitare, ma non si è dato per vinto e ha deciso di occuparsi di quello che nell’Italia 2.0 è un tabù.
L’organizzazione si offre di dare gratuitamente sostegno a tutte le famiglie che le si rivolgono: “L’obiettivo – spiega il presidente – è di abbattere il muro del silenzio. Le famiglie che si rivolgono a noi ci chiedono “perché non se ne parla? Perché non siamo informati? Se almeno se ne sentisse parlare, ci sentiremmo meno “sbagliati”.
L’11 ottobre scorso è stata depositata in Corte di Cassazione una proposta di legge per disciplinare il fenomeno. L’articolo 1 del testo stabilisce che “si intende per “nato morto” la morte del feto, ossia il decesso prima dell’espulsione o dell’estrazione completa dal corpo della madre di un prodotto del concepimento, quale che sia la durata della gestazione. Il decesso è indicato dal fatto che, dopo la separazione dalla madre, il feto non respira né manifesta alcun altro segno di vita, come il battito cardiaco, la pulsazione del cordone ombelicale o movimenti definiti dei muscoli volontari”.

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