“Gratta e Vinci”: dubbi Ue non risolvono i contrasti. Il dibattito resta aperto

di | 13 aprile 2018 | attualità, Unione europea | 0 commenti

Anche se, come fatto notare da un comunicato pervenuto da Lottomatica spa, la Commissione europea, “rileva che il gioco d’azzardo” ed in particolar modo le concessioni affidate senza gara nell’ambito di questa materia, “non sono disciplinate da alcuna legislazione settoriale specifica dell’Unione Europea”, la quale ha sottolineato che “gli Stati membri possono organizzare autonomamente i propri servizi nel settore del gioco d’azzardo, purché agiscano in linea con le norme in materia di mercato interno sancite dal trattato quali interpretate dalla Corte di giustizia dell’Ue”, ciò non vuol dire che non trovino applicazione in modo puntuale le disposizioni dei Trattati europei e la stessa “legislazione” europea, con particolare riferimento ai regolamenti e alle direttive.

È comunque doveroso ricordare che l’Italia in quanto Stato membro dell’Ue, già nel 2009 ha deciso di applicare al comparto delle lotterie nazionali ad estrazione istantanea e differita (meglio noti come “Gratta e Vinci”) il regime della concessione, da attribuirsi mediante procedure aperte competitive e non discriminatorie ai più qualificati operatori di gioco nazionali e comunitari, e quindi non l’aggiudicazione ad un unico operatore economico in base ad un diritto esclusivo.
Tant’è che l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli deve operare in ossequio alle previsioni del Codice Appalti, recentemente approvato anche per recepire le disposizioni “legislative” della direttiva 2014/23/UE sull’aggiudicazione dei contratti di concessione. L’applicazione della direttiva in esame, quindi, non è oggetto di discussione!

La Commissione Ue – per voce del commissario al Mercato interno Elżbieta Bieńkowska – rispondendo all’interrogazione presentata da Angelo Ciocca, europarlamentare italiano della Lega Nord, che aveva chiesto se la proroga della concessione dei “Gratta e Vinci” a Lottomatica fosse regolare e se l’Italia potesse rischiare sanzioni come nei recenti casi inerenti al tacito rinnovo delle concessioni autostradali, ha indicato che la disposizione nazionale cui fa riferimento il deputato (art. 20 c. 1 del decreto-legge 16 ottobre 2017, n. 148, convertito nella legge 4 dicembre 2017, n. 172), “non sembra aver prorogato l’attuale concessione a Lottomatica oltre la data di scadenza prevista”.

Questo semplicemente perché più che “proroga” o “prosecuzione del rapporto” infatti, sarebbe più corretto ridefinire quanto avvenuto come un “nuovo affidamento”. Basti pensare alla sostanziale variazione delle condizioni di riparto dell’onere di versamento in capo al concessionario degli 800 milioni di euro in due tranche da 50 e 750 milioni rispettivamente, la prima già nel 2017 e la seconda nel 2018 (radicalmente diverse da quelle previste nel 2009 di 500 e 300 milioni di euro…).

Ora, tale “nuovo affidamento” avrebbe dovuto effettuarsi, ai sensi degli stessi riferimenti legislativi richiamati dalla disposizione nazionale di cui si discute, secondo una selezione concorrenziale tra una pluralità di soggetti scelti mediante procedure aperte, competitive e non discriminatorie. Insomma, il contrario di quanto avvenuto.

Anzi, perfino un esponente del governo allora in carica, il viceministro dell’Economia Enrico Morando del Pd, aveva avanzato mille dubbi provando a frenare quella che a molti è sembrata una forzatura a favore della più grande azienda del settore dei giochi senza giuste ed adeguate contropartite.

Non solo. Si sarebbe dovuto procedere all’aggiudicazione della concessione in base al menzionato “criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa”. Invece si è scelto di assicurare le medesime entrate alla base d’asta fissata nel 2009, anticipandone però l’incasso nel 2017 e 2018 – evidentemente per consentire al Governo di “far cassa” – anziché attendere la naturale scadenza del rapporto concessori nel 2019 e provare ad ottenere nuove e maggiori entrate volgendo una regolare gara.

E questo, ancora una volta in evidente contrasto con i principi dei Trattati europei secondo cui un eventuale nuovo affidamento del rapporto concessorio non può in alcun caso legittimarsi sulla base esclusivamente di mere esigenze economiche.

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