Giordano (Adiconsum): “Ecco come ridurre tasse e sprechi e tornare a crescere”

di | 11 febbraio 2014 | attualità | 0 commenti

Pietro-GiordanoL’Istat conclama quello che purtroppo era prevedibile: la lieve ripresa della produzione industriale registrata a novembre resta un caso isolato, il dato nel 2013 è sceso del tre per cento rispetto al 2012 e a dicembre è tornato a calare dello 0,7% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. “È un cane che si morde la coda: senza consumi non ci può essere produzione”, ne è convinto Pietro Giordano (nella foto), presidente di Adiconsum, l’associazione di difesa dei consumatori promossa dalla Cisl, che abbiamo intervistato per fare il punto sulla crisi economica. “Per innescare un circolo virtuoso – spiega Giordano – è necessario che lo Stato riduca il cuneo fiscale, ma al contempo la smetta una volta per tutte con i tagli lineari alla spesa pubblica, che significano meno welfare”.

I consumi sono fermi perché gli italiani non hanno più soldi. Colpa delle troppe tasse?

Assolutamente sì. La tassazione è troppo alta sulle buste paga, sul mercato del lavoro. Ma poi c’è anche la tassazione indotta, esterna. Quella delle bollette, dell’Imu e della Tares, per capirci. Ebbene, anche questa tassazione è insostenibile. In generale, la pressione fiscale ha depresso l’intera economia, non soltanto i consumi.

Che cosa sta succedendo, quindi?

In una società come la nostra, dove i consumi sono una voce fondamentale dell’economia, l’attuale mancanza di richiesta di prodotti e servizi comporta la chiusura delle aziende. E quindi cassa integrazione, mobilità e disoccupazione. E quindi meno soldi per le famiglie. Pertanto bisogna rilanciare i consumi, e quindi tagliare il cuneo fiscale per recuperare soldi per l’occupazione e per le imprese.

Dove si possono trovare i soldi per la copertura di una riduzione delle tasse?

Di certo non con le attuali politiche di spending review, che altro non sono che tagli lineari. In questo senso la questione è più complessa.

Ci spieghi meglio.

Al di là dell’esempio morale, abbassare gli emolumenti dei parlamentari non incidererebbe molto sul dato macroeconomico. Il vero problema quindi è tagliare lì dove ci sono gli sprechi. Le sembra normale, per esempio, che in Italia ci siano ben ottomila aziende per il trasporto extraurbano? Quando ormai tutti sanno che l’economia funziona raggruppando i servizi e non spezzettandoli. Altro errore: si è puntato tutto sul terziario e la finanza. Questo non va bene: bisogna investire nei settori produttivi, quelli veri.

Ci faccia un esempio.

Guardi, in sei anni – quelli della crisi – l’edilizia ha abbattuto il 50 per cento dei posti di lavoro. Ecco perché serve una fiscalità premiale. Non è vero, come dimostrano le politiche per il risparmio energetico, che un taglio della fiscalità corrisponda a una perdita. Perché è chiaro che se si favoriscono gli investimenti – come nel caso del risparmio energetico – le minori entrate dello Stato sarebbero recuperate con un circolo virtuoso, con più lavoro per le aziende, più occupazione, più Irpef e più Iva.

Quindi le politiche antispreco finora non sono state efficaci?

Minimamente. Bisogna tagliare tutti gli sprechi, ad ogni livello. Le pare possibile che le Regioni e non lo Stato siano ormai i maggiori centri di spesa pubblica? La spesa delle Regioni è fuori controllo: la stessa siringa a Bolzano costa 50 centesimi mentre a Trapani cinque euro. Questo non è normale. Tutte le pubbliche amministrazioni dovrebbero comprare la siringa allo stesso prezzo, con acquisti centralizzati. Altro esempio, i Comuni. Anche qui tagli e tasse lineari. La spending review viene applicata a prescindere se le amministrazioni comunali siano in passivo o in attivo. In tal senso è scandaloso che le entrate delle multe non siano utilizzate per la sicurezza stradale ma vanno a tappare i buchi di bilancio. E tutte quelle aziende municipalizzate che esistono solo per clientelarismo? Per non parlare di tutti quegli enti inutili che assorbono milioni e milioni di euro. A partire dalla Province. Sono tre anni che si parla di abolirle ma sono ancora là.

Tagli chirurgici, quindi?

Assolutamente sì. Anche perché tagli lineari significa meno welfare, e quindi meno sanità, meno pensioni. Ecco, prendiamo le pensioni: le pare possibile che ne esistano di ricchissime quando la stragrande maggioranza non arriva a mille euro? Pertanto bisogna intervenire con molta determinazione, invece di andare alla cieca.

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