Droghe leggere, don Tonino Palmese (Libera): investire sulla prevenzione

di | 13 febbraio 2014 | attualità | 0 commenti

don toninoI soloni dell’antiproibizionismo esultano. La Corte Costituzionale ha dichiarato la illegittimità della legge Fini-Giovanardi nella parte che equipara droghe leggere e pesanti. Secondo i giudici della Consulta nella norma di conversione furono inseriti emendamenti estranei all’oggetto e alle finalità del decreto. Con la decisione in questione, dunque, rivive la legge Iervolino-Vassalli, così come modificata dal referendum del 1993, che prevede pene più basse per le droghe leggere. La questione di legittimità della legge era stata sollevata dalla III sezione penale della Suprema Corte di Cassazione per violazione dell’articolo 77 della Costituzione, perché, nel 2006, in fase di conversione del decreto furono inseriti molti emendamenti che, secondo gli ermellini, erano estranei all’oggetto e alla finalità del testo di partenza. La Fini-Giovanardi aveva elevato le pene, in precedenza comprese tra due e sei anni, per chi spaccia hashish, prevedendo la reclusione da sei a venti anni con una multa compresa tra i 26mila e i 260mila euro. La pronuncia avrà notevoli ripercussioni sia sul numero degli attuali detenuti arrestati per reati legati agli stupefacenti, sia sui procedimenti in corso per questi stessi reati. Ieri, sulla questione, era intervenuto il presidente del “Ceis-Don Mario Picchi”, Roberto Mineo, opponendosi in maniera netta alla proposta di legalizzazione delle droghe cosiddette “leggere”. La Voce Sociale ha sentito don Tonino Palmese (nella foto), vicario espiscopale dell’Arcidiocesi di Napoli, nonché referente dell’Associazione “Libera contro le mafie”. Un prete di frontiera che combatte a viso aperto contro la criminalità organizzata e i suoi traffici, ivi compreso lo spaccio delle sostanze stupefacenti.

Don Tonino come giudica questa sentenza della magistratura?

Bisogna dire a chiare lettere che lo Stato e la comunità sono perdenti fino a quando non dimostrano di investire concretamente sulla prevenzione delle tossicodipendenze che, oggi, sono legate a elementi completamente diversi da quelli che inducevano i giovani degli anni Settanta a cercare i cosiddetti “paradisi artificiali”. Bisogna acquisire la consapevolezza che senza un accompagnamento concreto da parte delle istituzioni, con misure efficaci, non si va da nessuna parte.

Cosa è cambiato negli ultimi trent’anni?

Sono cambiate le cause che conducono alla dipendenza dalle sostanze o dall’alcol, che rappresenta un ulteriore elemento di pericolo per i nostri ragazzi che molto spesso viene sottovalutato. Ovviamente chi ci guadagna sono le organizzazioni criminali.

In che modo, a suo giudizio, si potrebbe intervenire?

Va riaperto il dibattito sulle tossicodipendenze come avvenne nel corso degli anni Settanta. Serve un approccio nuovo. La Chiesa, in quella stagione, è stata un avamposto di accoglienza per i giovani caduti nelle grinfie della droga. Lei ricorderà benissimo che le prime comunità di aiuto e di assistenza non erano legate al mondo laico ma a quello ecclesiale. Basta citare il percorso e l’impegno di don Luigi Ciotti e di altri sacerdoti come don Antonio Vitiello a Napoli, tanto per fare qualche nome.

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