Dieci anni senza il “pirata” Marco Pantani

di | 14 febbraio 2014 | attualità | 0 commenti

di Gino Zaccari

Marco Pantani speeds down a descent during stage oneDieci anni fa moriva Marco Pantani, la sua ultima corsa, in anni grigi e segnati dalle vicende di doping, è quella verso una fine da uomo solo, in una stanza d’albergo, con lo spirito mortificato dalla depressione e il corpo battuto dalla droga, quella droga che lo stronca all’età di 34 anni.

Nel ricordare questo tragico evento, oltre alla tristezza per la perdita di un grande campione, tanto forte sulla sua bici quanto fragile nella sua personalità e nel suo essere diventato infine vittima di tutto ciò che gira intorno allo sport ma che con questo non ha nulla a che vedere,  non possiamo far altro che soffermarci su quello che appare come uno svuotamento dell’etica e dei valori dello sport, un ambiente sempre più colpito da scandali di ogni genere, dal doping, alla corruzione, dal lassismo dei costumi, all’arroganza di chi viene spesso trattato troppo come un gigante pur non essendolo, dalla rinuncia al sacrificio a favore della strada semplice.

Ingaggi milionari, competizioni truccate, casi di doping sempre più frequenti in orami tutti gli sport, morbosità di alcuni media sulle vicende personali degli sportivi, devono farci riflettere su come stiamo trasformando verso la degenerazione totale qualcosa che è e deve continuare ad essere simbolo impegno costante, di sacrificio per raggiungere i propri limiti naturali, di lealtà e correttezza verso avversari e compagni, questo è lo sport e questo è ciò che emerge con forza dalle parole del santo padre Francesco che lo scorso novembre ha dichiarato che vede nello “sport un valido strumento per la crescita integrale della persona umana. La pratica sportiva, infatti, stimola a un sano superamento di sé stessi e dei propri egoismi, allena allo spirito di sacrificio e, se ben impostato, favorisce la lealtà nei rapporti interpersonali, l’amicizia, il rispetto delle regole”. “È importante – ha aggiunto il pontefice – che quanti si occupano di sport, a vari livelli, promuovano quei valori umani e religiosi che stanno alla base di una società più giusta e solidale. Questo è possibile perché quello sportivo è un linguaggio universale, che supera confini, lingue, razze, religioni e ideologie; possiede la capacità di unire le persone, favorendo il dialogo e l’accoglienza. Questa è una risorsa molto preziosa!”.

Il pontefice, mette poi in guardia da tutte quelle derive da cui lo sport di oggi è minacciato e in molti casi colpito: “Quando lo sport viene considerato unicamente secondo parametri economici o di conseguimento della vittoria ad ogni costo, si corre il rischio di ridurre gli atleti a mera mercanzia da cui trarre profitto. Gli stessi atleti entrano in un meccanismo che li travolge, perdono il vero senso della loro attività, quella gioia di giocare che li ha attratti da ragazzi e che li ha spinti a fare tanti sacrifici e a diventare campioni”. “Lo sport è armonia – ha aggiunto Bergoglio -, ma se prevale la ricerca smodata del denaro e del successo questa armonia si rompe”.

E si rompe come è accaduto quel 14 febbraio 2004, quando un campione che aveva avuto la forza e la costanza di sfidare e battere le montagne più alte con la sua bicicletta, inseguito vanamente dai migliori atleti del mondo, si è infine lasciato sopraffare dalla solitudine, dalla depressione e dalla droga, quando lo portarono via da quella sua ultima anonima dimora, negli occhi di tutti i suoi tifosi erano ancora indelebili le immagini di quell’ormai lontano 1998 quando acclamato come un eroe, dopo aver vinto il giro d’Italia, si prendeva anche Tour de France portando il tricolore vittorioso a Parigi.

 

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