Democrazia o oligarchia, questo è il vero dilemma

di | 7 novembre 2013 | tribuna aperta | 0 commenti

di Mario Di Vito*

democraziaIl ritorno del pensiero a questo travolgente dilemma di democrazia o di oligarchia, che tenta inesorabilmente di annientare la pace interiore e la serenità spirituale di ciascuno di noi consociati, ha necessità assoluta che persone semplici, come lo scrivente, s’impegnino a dire, anche per iscritto, “cose” facilmente apprensibili, che non richiedono approfondimenti speciali, né speciosi, né logoranti, ma almeno lineari e conclusivi sulla verità storica del tempo presente, approfondimenti che emergono ineludibili, semmai chiarificatori e, se si vuole, augurosamente folgoranti per la gente, brava ed operosa.

È vero che viviamo in un regime democratico consolidato oramai da diversi decenni e trattato in pregevoli saggi da illustri giuristi, pensatori e costituzionalisti (l’elenco è davvero ragguardevole) di altissimo valore scientifico e culturale, addirittura aventi spunti profetici, ma ora l’attualità è divenuta cosi complessa e così intricata, per cui a viverci risulta essere un compito davvero difficile, giacchè la stessa realtà attuale è frammista a successioni, continue ed irrisolte, di innumerevoli eventi e fatti straordinari, di idee innovatrici, di larghe aspettative insistenti, di numerose situazioni sociali, sempre più emergenti per la loro gravità.

Il benessere di tutti diviene di conseguenza il fine principale e non è più procrastinabile, né può essere lasciato solo ad esclusivo patrimonio della sola parte agiata e massimamente protetta della Comunità. Le sole elezioni democratiche e il referendum, pur con il concorso di comizi, cenacoli, dibattiti, anche radiofonici e televisivi, e di riunioni consultive o con l’ausilio di esposizioni dotte su giornali e riviste specializzate o pure con il sostegno di festival, feste e festicciole, non sono più gli unici strumenti giuridici e di propaganda idonei e sufficienti a garantire libertà, dignità e lavoro nel vigente sistema politico democratico, ancora molto poco “aperto”direttamente alle pressanti istanze del popolo. Se è vero che oggi sono democratici i due terzi degli Stati di tutto il mondo, se è vero che il suffragio universale e le elezioni multipartitiche costituiscono per il nostro Paese i formidabili “pilastri”, che sostengono il nostro sistema politico costituzionale fin dalla fine delle Seconda Guerra Mondiale, oggi si chiede a gran voce e con sincero afflato una più concreta partecipazione diretta alla vita democratica del Paese da parte di tutto il popolo sovrano, che intende oramai conoscere bene la verità delle decisioni, delle scelte e dei contenuti, così dei fatti e degli avvenimenti.

Siffatta lusinghiera partecipazione più volte sentita ed espressa, con l’ovvia adozione di precise, nuove e mirate misure ordinamentali (l’odierna e strabiliante evoluzione tecnologica ne offre tante e tante), non implica, pur nel contesto sociale attuale, distinto da un ineccepibile e temibile contrasto tra intese politiche maggioritarie e forze di opposizione, un’immediata possibile risoluzione delle più importanti esigenze effettive, che palpitano oramai disperate tra la gente che soffre, ma comporta almeno che essenzialmente queste stesse esigenze vengano, una buona volta, finalmente acquisite dagli eletti. Questi stessi responsabili saranno poi tenuti così, personalmente, quanto meno, ad accoglierle con il doveroso rispetto e a prospettare per loro, in una nuova luce ragionata e condivisa, la loro possibile, urgente e prosperosa valutazione.

Gli studiosi parlano spesso, a proposito dei vigenti sistemi democratici, di possibili loro “ trasformazioni”, ritenute unanimemente oramai indispensabili al loro corretto regime. Il nostro sistema democratico, svolgendo puntualmente l’attività riformatrice strutturale programmata, con certezza, salvaguarderebbe appieno tutto il complesso dei principi, dei diritti, delle teorie e dei concetti che sta a suo fondamento, giacchè conoscere bene i “mali” che oggi lo deturpano, lo avviliscono e lo affliggono e lo possono niente di meno annullare, travolgendolo in un regime autoritario, sempre in agguato, significa principalmente assicurare a tutti libertà, serenità e crescita civile ed economica. La cultura e la fede religiosa possono solo influenzare benevolmente la citata tensione, così le attuali condizioni storiche internazionali, che possono solo consigliare siffatte trasformazioni e sperare che, se accolte con palese entusiasmo, il felice ripristino di tutti i valori morali, sociali ed economici possa finalmente avverarsi.

Questo percorso storico e politico indica la strada maestra per superare relativismi, sempre sorgenti e sempre in aumento, ispirati soprattutto da ragioni di puro egoismo e di sfacciato materialismo, che si compendiano nell’irrigidimento dei noti “poteri forti” e nelle grosse cordate di persone strette tra loro ed accomunate da rilevanti interessi personali e che si compiacciono pure di avviluppare anche altra gente in sordide consorterie di fedeli seguaci dei criteri di appiattimento, di assenteismo, di “lavativismo”, di abusi, di ambiguità, di falsità, di ingiustizie e di corruzione.

Platone ritorna oggi più che mai trionfante: sostiene, infatti, nel “De Repubblica”, che il “reggimento di un paese”, che si fonda solo ed esclusivamente sulla volontà di “pochi”, che detengono il potere, non è destinato a durare nel tempo, perché la maggior parte della gente è costretta, invece, a soccombere nel dolore, nella sofferenza e nella miseria. I “pochi”, dei quali parla Platone, non sono solo gli arricchiti o coloro che sfoggiano un cospicuo censo, gli ottimati di quei tempi, ma principalmente sono oggi anche tutti quelli che godono di privilegi e status personali ottimali, costruiti a loro favore, non per loro merito, ma appositamente per mire di potere.  

*già dirigente generale della Polizia di Stato, scrittore e saggista

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