Dalla condanna di Berlusconi alla pacificazione nazionale. Prove tecniche di Terza Repubblica

di | 7 agosto 2013 | politica | Commenti disabilitati su Dalla condanna di Berlusconi alla pacificazione nazionale. Prove tecniche di Terza Repubblica

CassazioneLo diciamo subito a scanso di equivoci. Non amiamo gli eccessi, perché, oltre ad aumentare la disillusione dei cittadini nei confronti della politica, fanno venir meno quel minimo di coesione sociale che, nonostante tutto, esiste e ci fa andare avanti a dispetto delle cassandre che vorrebbero farci fare la stessa fine della Grecia.

Eppure una piccola riflessione su quello che è accaduto nelle ultime settimane ci sembra doverosa. Partiamo dalla condanna dell’ex premier Silvio Berlusconi e dalla levata di scudi del centrodestra a sostegno del proprio leader. Una reazione umanamente comprensibile ma che, dal punto di vista istituzionale, non è accettabile.

I pronunciamenti della magistratura vanno sempre rispettati. Specie se ad esprimersi è il massimo organo del potere giudiziario cui spetta il compito di mettere la parola fine ai giudizi civili e penali. Se togliessimo valore anche a questo, il nostro sistema cadrebbe letteralmente a pezzi con effetti deleteri, in quanto il ragionamento del Cavaliere e dei suoi autorevoli difensori sull’accanimento e sulla mancanza di obiettività di alcuni magistrati dovrebbe valere per chiunque e per qualsivoglia reato.

Detto questo, è indubitabile che l’esposizione mediatica e giudiziaria cui è stato sottoposto il leader del Pdl non ha eguali e che, a prescindere dalla pronuncia ultima, non si può negare a Silvio Berlusconi la paternità di una stagione della politica italiana durata circa vent’anni nella quale non sono mancate iniziative e proposte condivisibili.

Luci e ombre, del resto, caratterizzano la vita di tutti i protagonisti della vita del Belpaese e l’ex premier, tanto amato quanto odiato, non fa eccezione. Vedremo, poi, in che modo si concluderanno gli altri processi a suo carico e come affronterà, a metà settembre, la questione della esecuzione della pena.

In queste ore, poi, ad aumentare il caos ed il clima di sospetti ci si è messa l’intervista che il giudice della Suprema Corte, Antonio Esposito, ha concesso al Mattino, all’origine di un ulteriore caso di cui sentiremo parlare a lungo.

Il tira e molla tra i big del centrodestra e il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, sulla necessità di un intervento del Colle per chiudere la partita della pacificazione nazionale, le reazioni di un Pd sempre più diviso al suo interno (con la componente che fa capo al sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che rivendica, con forza, la leadership per evitare il tracollo) e i sommovimenti delle opposizioni lasciano presagire che il dibattito sulla decadenza dalla carica di senatore del fondatore di Forza Italia andrà avanti.

Ma è proprio questo il punto. Al netto delle manifestazioni di piazza e delle magliette di cattivo gusto, quello che colpisce è lo scarso interesse che tali argomentazioni suscitano nelle gente comune, ormai stanca del solito teatrino.

La domanda, come direbbe Antonio Lubrano, sorge spontanea: se il governo in carica, frutto dello stallo provocato dall’esito delle urne e della “cocciutaggine” di Pierluigi Bersani, è nato per far fronte ad una situazione di emergenza senza precedenti e per varare le indispensabili riforme di cui il Paese ha bisogno perché non le fa?

Il presidente del Consiglio Enrico Letta, giustamente, afferma di non accettare la logica del logoramento, ma qui ad essere logorato è il popolo italiano che ha dato fiducia, per l’ennesima volta, ad una classe dirigente, inadeguata, lontana dai bisogni e dalle necessità concrete.

Lo dimostra la scelta delle priorità. Invece di mettere al primo posto dell’agenda famiglie e imprese, disoccupazione giovanile e femminile, rimodulazione del Fisco e lotta senza quartiere alla vera evasione fiscale si scelgono tematiche con una forte connotazione ideologica come la legge sull’omofobia.  Poi, però, non ci si deve lamentare se il sindaco di una qualsivoglia metropoli venga eletto da meno della metà degli aventi diritto al voto e che la stragrande maggioranza del ceto medio preferisca disertare le urne.

La verità è che, mai come adesso, abbiamo bisogno di una politica diversa, che adotti il linguaggio della chiarezza, rinunciando agli slogan da campagna elettorale permanente, che si assuma le responsabilità delle scelte strategiche, piuttosto che subire le decisioni altrui. Una politica “giovane”, non solo nel senso dell’età anagrafica, ma svincolata dai vecchi schemi e dagli steccati del passato: che abbia testa e cuore, che sappia volare alto, piuttosto che accontentarsi di visioni parziali, o, peggio ancora, edulcorate. Qualche timido passo in avanti c’è stato con l’ingresso in Parlamento di molti under 35 grazie, in particolar modo, al Movimento 5 stelle ma anche al Pd.

È necessario osare di più; avere il coraggio di chiedere a coloro che fino ad ora hanno avuto un ruolo di primo piano sia nel centrodestra che nel centrosinistra di farsi da parte, a prescindere dalle sentenze per quel ricambio generazionale che farebbe entrare una ventata di aria nuova nei Palazzi del potere.

Sarebbe un buon inizio di Terza Repubblica …

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