Con il musical “Valjean” riflettori puntati sul pianeta carcere

di | 24 gennaio 2014 | cultura | 0 commenti

facce_LR_Valjeandi Paola Medori

In scena al Teatro San Babila di Milano il dramma musical “Valjean” del regista Fulvio Crivello. Liberamente ispirato all’opera “I Miserabili” di Victor Hugo, sta riscuotendo un grande successo di pubblico e critica raccontando una storia forte ed emozionante. Incontriamo l’autore Fabrizio Rizzolo, che interpreta anche il protagonista Jean Valjean. Ruolo impegnativo che lo ha obbligato a calarsi nei panni di un ex condannato ai lavori forzati per il furto di un pezzo di pane, coinvolto in una rissa e in un tentativo di evasione non sfruttato sino in fondo per aver deciso di aiutare un secondino in pericolo.

Il musical è liberamente ispirato a “I Miserabili” di Victor Hugo. Come nasce l’idea del soggetto?

L’idea nasce da Fulvio Crivello che è anche il regista del musical. Si vuole portare in scena la volontà di un uomo di cambiare, la sua voglia di riscatto, di rivalsa, la possibilità per tutti di riuscire a cambiare e sovvertire una sorte contraria, nonostante tutte le avversità. Tra i vari personaggi della letteratura romantica Jean Valjean è sicuramente quello che incarna meglio quei valori morali che oggi più che mai sentiamo di dover rispettare. La storia della sua vita raccontata dal suo punto di vista rende il musical molto vicino alle persone ed è una meravigliosa occasione per emozionare e sentire sulla propria pelle la forza di questo messaggio.

Oltre ai palchi off, il musical porta avanti un tour nelle scuole e nelle carceri come quelle milanesi di San Vittore e Opera. Come ha vissuto questa esperienza?

I ragazzi delle scuole sono sempre fantastici. È un pubblico molto umorale, emotivo che ci piace, ci segue e ci appaga molto. L’esperienza delle 5 carceri che abbiamo fatto tra Lombardia e Trentino è stata incredibile. La forza del messaggio e l’emozione di Valjean ha sicuramente contagiato e coinvolto le centinaia di detenuti ai quali siamo andati a raccontare questa splendida storia. Ci siamo posti nei loro confronti con molta umiltà, senza voler per forza insegnare qualcosa, dando, invece, uno spunto per riflettere e – perché no? – passare un paio d’ore più serene. La condizione di prigionia, anche se a causa di una giusta condanna, credo sia davvero terribile.

Ha qualche episodio diretto e particolare da raccontarci?

Immagini molto emozionanti. I detenuti in piedi ad applaudire, qualcuno che grida: “Ci avete portato un raggio di sole!”. Un altro: “Victor Hugo sarebbe orgoglioso di voi!”. I visi di persone di cui vorrei sapere di più. La consegna degli effetti personali all’ingresso. Il disorientamento quando entri e ti rendi conto che tu uscirai fra poche ore, tutti gli altri no.

Il suo protagonista è un ex forzato. Che idea si è fatto della situazione carceraria italiana?

Valjean è un personaggio pazzesco che ogni attore vorrebbe interpretare. C’è un indescrivibile insieme di emozioni in lui. E bisogna renderle tutte. Pietà, forza, amore, pentimento, rabbia… Credo che un detenuto abbia dentro tutto questo e anche di più. Non dobbiamo mai dimenticare che sono esseri umani. Persone che hanno sbagliato forse, ma persone. Ripeto, la rinuncia alla libertà è una pena tremenda di per sé. Non ho vissuto la condizione del carcere perché essere lì per qualche ora non significa molto, ma credo che gli educatori facciano il possibile per tentare di portare un livello di civiltà accettabile. Il problema è che le risorse sono poche, recuperare qualcuno richiede molti sforzi e una incredibile perseveranza. Purtroppo è più facile considerare queste persone come reietti.

Secondo la tesi sostenuta dall’ispettore Javert chi è stato un forzato non sarà mai un uomo libero, cosa ne pensa?

Ovviamente la penso come Jean Valjean e, credo, come il pubblico. Il valore del recupero è fondamentale. Non possiamo dividere le persone in buoni e cattivi, così è troppo facile. È necessario fare uno sforzo ulteriore. Io ho fiducia in chi ha volontà di provare a cambiare.

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