Cittadinanza e appartenenza: la lezione del passato

di | 16 novembre 2013 | cultura | 0 commenti

di Gino Zaccari

cittadinanza copiaPerché Roma è diventata Roma? Ovvero perché da un villaggio di agricoltori e pastori aggrappati a sette colli circondati da palude e malaria è nato l’Impero che tutto il mondo oggi conosce e ricorda a distanza di 3000 anni dall’inizio della sua storia? E’ sicuramente impossibile dare una definizione unica, migliaia di storici si sono cimentati vanamente in tale, eppure alcuni punti fermi sono stati chiaramente individuati e molti di questi risuonano potenti e severi come moniti per l’uomo di oggi, in particolare per l’italiano moderno che dovrebbe essere il retaggio umano di tale grandezza.

I cittadini romani, quando avevano da pochi secoli fondato la loro città, si trovavamo in un punto strategicamente importantissimo e circondati da potenze di gran lunga superiori a loro (Etruschi, Sanniti, Marzi, ecc), sia sul piano economico che su quello militare; sulla carta potevano essere schiacciati da un momento all’altro, come del resto, in parallelo sembra essere la situazione dell’Italia di oggi, circondata da tutti i lati da economie più forti che stanno “attaccando e conquistando” perfino i nostri asset strategici più importanti, dalle banche alle telecomunicazioni ai trasporti.

I romani in una tale situazione partivano con poca forza e tanto orgoglio, il contrario dell’italiano medio di oggi, lo stato imponeva che in guerra dovessero andarci non i nulla tenenti (oggi lo fanno maggiormente gli appartenenti alle classi sociali più basse) ma coloro i quali avevano qualcosa da difendere. Ecco che la colonna rotante dell’esercito era costituita dai piccoli proprietari terrieri che perfino pagando di tasca propria l’armatura e l’attrezzatura militare dovevano scendere in campo contro le popolazioni che volevano prendersi quei colli così strategicamente importanti (poiché controllavano il fiume Tevere i cui ponti erano fondamentali per lo scambio merci tra nord e sud oltre che dall’entroterra al mare dato che da Roma in giù era navigabile). Quei contadini, irrobustiti dal duro lavoro della loro vita quotidiana e per nulla disposti a perdere quel poco o tanto che possedevano dandolo in mano a potenze straniere, riuscirono sempre a combattere con una tenacia e una determinazione ottusamente incrollabili, determinati, ciechi e sordi di fronte a paura e fatica, col pensiero fisso sul fatto che ogni loro gesto in battaglia aveva il senso di difendere non lo stato ma materialmente casa loro, questo, unito certo alla grande capacità di comando degli ufficiali e alle tecniche di combattimento più avanzate li rese invincibili, determinati, incrollabili, alla continua ricerca di difendere ciò che avevano conquistato col sangue, allargando sempre più la loro influenza alle comunità vicine, presupposto di quella che poi, da strategia difensiva diventerà di espansione fino ai confini del mondo allora conosciuto. Il senso dello stato che a noi manca quasi completamente, deve passare inevitabilmente per l’amore ed il rispetto per la propria  terra e per i propri concittadini, che sono in fondo compartecipi del nostro destino, attori insostituibili della nostra vittoria come della nostra sconfitta come gruppo.

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