Carceri: medici penitenziari, il 60-80% dei detenuti è malato ma molti non lo sanno

di | 18 marzo 2014 | attualità | 0 commenti

Prisoner Holding Cigarette Between BarsL’emergenza carceri non è soltanto un problema sociale ma anche medico-sanitario. Infatti il 60-80% dei detenuti nelle carceri italiane ha almeno una malattia, anche perché – a causa degli scarsi livelli di prestazione sanitaria forniti – non solo dietro le sbarre è più facile contrarre una malattia, ma anche più difficile accorgersene e, conseguentemente, curarsi così come prevenire il contagio. Non a caso, la percentuale maggiore dei malati, il 48%, e’ affetto da malattie infettive, seguito dal 32% di tossicodipendenza e dal 27% con disturbi psichiatrici. Lo attestano le stime presentate oggi al Senato dalla Società italiana di medicina e sanità penitenziaria (Simspe) nel corso del convegno ”Salute in carcere oggi”.
In un quadro simile, la criticità particolarmente evidenziata dagli esperti è l’aumento delle probabilità di ammalarsi per i detenuti rispetto a quella generale, a causa del basso screening sanitario effettuato. La stessa ragione, inoltre, fa sì che molti malati non sappiano nemmeno di esserlo. Nel caso del virus dell’Hiv, ad esempio, ”a fronte di una prevalenza elevata di detenuti che ne sono affetti, pari al 3,8% nel 2012, con punte che raggiungono l’8% in alcuni istituti penitenziari, il rischio di contrarlo che corre la popolazione carceraria è 17 volte più alto rispetto a quello della popolazione generale”, ha indicato Sergio Carbonara, dirigente presso la Clinica malattie infettive del’Università di Bari e consulente infettivologo del carcere del capoluogo pugliese.
”Tra tutti i detenuti – ha aggiunto l’esperto – stimiamo che circa l’80% non sappia nemmeno di essere sieropositivo e il tasso di trasmissione è circa sei volte più elevato nelle persone inconsapevoli”. Così, la possibilità che i detenuti si ammalino di tubercolosi (Tbc) ”è 26 volte superiore rispetto a quella della popolazione” libera, come ha indicato in un altro intervento Massimo Andreoni, presidente della Società italiana di malattie infettive e tropicali. Il medico ha quindi evidenziato che in prigione il marcato pericolo di contrarre la Tbc è legato ”al sovraffollamento degli istituti italiani nei quali alloggiano molti soggetti provenienti da zone come l’Est europa dove la malattia è ancora molto presente”. Pertanto, ”basta un solo caso non segnalato a far diffondere la Tbc che si trasmette per via aerea, per cui lo screening all’ingresso in carcere e’ fondamentale per prevenire i focolai”, ha allertato Andreoni.
Anche Emanuele Pontali – specializzato in malattie infettive degli Ospedali galliera di Genova – ha riferito che ”un detenuto su tre è positivo alle epatiti. Per quanto riguarda l’epatite C, gli ammalati in carcere superano di dieci volte la popolazione generale. Così, per l’epatite B il dato carcerario è maggiore fino a tre-quattro volte quello generale. Pochi – rileva inoltre il medico – sanno di essere malati e ciò li espone ad un rischio elevato di progressione della malattia epatica, finché non restano due sole strade: il trapianto di fegato o la morte”. Sempre in base alle stime Simspe, nelle carceri italiane le infezioni maggiormente presenti sono: la Tbc (22%), l’Hiv (4%), epatite B (5% con infezione attiva, 33% dormiente), epatite C (33%), Sifilide (2,3%).

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