Agenzie fiscali accorpate per decreto, caos assicurato e evasori più tranquilli

di | 10 marzo 2014 | attualità | 0 commenti

fiscoCosa pensereste di un condottiero che anziché battersi valorosamente al fianco dei suoi uomini in armi li privasse della sua guida al solo scopo di salvare la pelle? Di certo non lo promuovereste. Ora provate ad applicare lo stesso criterio alla macchina amministrativa dello Stato. Disponendo di due strutture specializzate nella lotta alla evasione fiscale – l’Agenzia delle Entrate e quella del Territorio – cosa fareste: ne rafforzereste i mezzi, motivando adeguatamente il personale o le abbandonereste al loro destino, magari depotenziandole e facendo venir meno gli strumenti indispensabili per scovare i veri evasori?
Cari lettori tenete ben in mente questa premessa. Il motivo lo capirete di qui a poco. Ma procediamo con ordine. Cominciamo dall’inizio.
Negli ultimi venti anni e più non c’è stato governo – politico, di scopo, balneare tecnico o di larghe intese – che non abbia posto, tra la proprie priorità, la lotta alla evasione ed alla elusione fiscale. Eppure l’obiettivo di condurre una lotta senza tregua ai “furbetti” di turno è stato, purtroppo, sistematicamente disatteso.
Se fossimo costretti a redigere una ideale graduatoria di questi fallimenti della politica non potremmo fare a meno di indicare nell’esecutivo guidato dal senatore a vita Mario Monti quello che si è maggiormente distinto in negativo. I professori hanno guadagnano di diritto la “maglia nera” con l’emanazione del decreto legge numero 95 del 6 luglio 2012 convertito nella legge numero 135 del successivo 7 agosto.
Ravvisando presupposti di necessità e di urgenza tali da giustificare l’esercizio della legislazione di urgenza (e su questo ci sarebbe molto da discutere, ma sarebbe come sparare sulla Croce rossa), il provvedimento ha ordinato la incorporazione dell’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato nell’Agenzia delle Dogane e l’Agenzia del Territorio nell’Agenzia delle Entrate.
Il tutto – è bene sottolinearlo – nonostante il parere contrario espresso all’unanimità dalle Commissioni Finanze nelle sedute del 25 giugno e del 4 luglio 2012 con invito all’esecutivo perché soprassedesse ad intervenire sulle Agenzie Fiscali.
Non bisogna essere degli esperti di diritto tributario per capire che Entrate e Territorio rappresentano le strutture dello Stato nelle cui mani è il contrasto alla evasione fiscale e che per operare nella giusta direzione devono essere messe nelle migliori condizioni di lavoro.
L’ex commissario Ue ha giustificato il “colpo di mano” con l’esigenza di avviare un ampio processo di contrazione della spesa pubblica. Ma era proprio necessario partire dalle Agenzie fiscali? E, soprattutto, siamo sicuri che il risparmio ci sia stato effettivamente? Su entrambi questi aspetti dobbiamo dare pubblicamente atto alla Dirstat, e segnatamente al vicesegretario generale Pietro Paolo Boiano, di aver avviato, in tempi non sospetti, vari ed argomentati tentativi per scongiurare questa eventualità.
Purtroppo la parte politica, salvo qualche eccezione, ha pensato bene di andare avanti per la sua strada senza il benché minimo ripensamento.
Il frutto di questa testardaggine è stato il caos. Nel momento in cui dilaga l’evasione fiscale – ed è, dunque, richiesta una stretta nell’azione di accertamento e controllo, l’Amministrazione finanziaria si è dovuta caricare della integrazione di due realtà completamente diverse tra loro: da un lato l’Agenzia delle Entrate, forte di un organico di circa 33.000 funzionari e dirigenti preposti alla gestione dei tributi ed al contrasto alla evasione, dall’altro l’Agenzia del Territorio con 9.000 dipendenti, funzionari e dirigenti, per lo più tecnici, chiamati a svolgere i servizi relativi al catasto, i servizi geotopocartografici e quelli relativi alle conservatorie dei registri immobiliari.
Insomma due strutture che non solo non hanno nulla in comune ma che possono entrate in conflitto di interessi, in quanto il personale dell’Agenzia del Territorio, essendo tenuto a svolgere l’attività di estimo, ossia il calcolo del valore da attribuire a qualsiasi bene economico, deve essere indipendente da qualsiasi logica fiscale.
In nessun Paese della Ue l’Ente impositore coincide con quello accertatore per evidenti motivazioni di incompatibilità delle funzioni che devono restare separate in modo da garantire la corretta applicazione del regime fiscale e tributario nell’interesse dei cittadini.
Ma non finisce qui. L’accorpamento di due strutture di così grandi dimensioni non produce alcun risparmio di tipo economico, come era nelle intenzione dei professori. Al contrario provoca, addirittura, un aumento dei costi. L’operazione, infatti, non è avvenuta eliminando le duplicazioni di funzioni o snellendo le competenze ma, molto più empiricamente, aggiungendo all’Agenzia delle entrate quella del Territorio che è stata soppressa solo nel nome, non nelle competenze.
Grazie al Governo Monti ed a quello guidato da Enrico Letta – che non ha cambiato le cose – esistono due strutture apparentemente simili: l’Agenzia delle Entrate e del Territorio e l’Agenzia delle Entrate – Ufficio territoriale.
Se a ciò aggiungiamo che, nei capoluoghi di provincia, esiste l’Ufficio Territoriale del Governo (la Prefettura) ben si possono comprendere la difficoltà del cittadino medio di individuare il proprio interlocutore quando si trova a dover affrontare un problema di carattere burocratico, quale potrebbe essere l’esigenza di realizzare una visura catastale.
La metafora della Torre dei Babele appare, perciò, quanto mai conforme alla realtà. Il povero contribuente, prima di individuare la persona in grado di rispondere ai propri quesiti, dovrà attraversare la città di residenza da un capo all’altro con dispiego di energie, risorse economiche e di stress.
Se dietro tutto questo ci fosse un disegno, magari volto a dissuadere i riottosi della mobilità, allora dovremmo congratularci con il legislatore, pur ravvisando, nella fattispecie, una palese violazione della Carta del 1948. Nutriamo forti dubbi sul fatto che vi sia una ratio. Così come non ci convince la storia del risparmio di denaro pubblico.
Vi è, poi, un altro nodo da sciogliere. Prima della soppressione la vecchia Agenzia del Territorio aveva un indirizzo di posta certificata al quale i cittadini ed i professionisti che si occupano della materia immobiliare potevano far pervenire le loro istanze. Con la soppressione la mail è passata nella disponibilità all’Agenzia delle Entrate con i disagi che si possono intuire, perché la corrispondenza di interesse del catasto o delle altre strutture finisce sulle scrivanie dei funzionari delle Entrate e, soltanto successivamente, viene smistata a chi di dovere con il rischio di incorrere in decadenze e responsabilità di varia natura.
Una trattazione a parte merita il capitolo del personale.
I tecnici della ex Agenzia del Territorio, ai quali va dato atto di aver svolto un importante lavoro per scovare gli immobili assenti nella banca dati dell’Amministrazione fiscale, attraverso varie metodologie, tra cui un innovativo processo di foto-identificazione, basato sulla sovrapposizione di ortofoto aeree ad alta risoluzione e cartografia catastale, si sentono, a ragione, “scaricati” dallo Stato. Molti di loro si trovano ad essere sotto-ordinati rispetto ai pari grado dell’Agenzia delle Entrate che, però, non dispongono delle competenze acquisite in decenni di lavoro sul campo. Una discriminazione che non tiene conto della importanza, in termini di incremento della rendita catastale, della individuazione delle unità immobiliari fantasma.
Il nuovo presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che fin dal suo insediamento a Palazzo Chigi ha affermato di avere molto a cuore il funzionamento della macchina amministrativa, ha l’occasione per dimostrare di essere davvero un elemento di discontinuità rispetto al passato. Sindaco d’Italia, è #lavoltabuona?

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