Abbracci e strette di mano, non tutte le “staffette” sono uguali

di | 25 febbraio 2014 | editoriali | 0 commenti

PapiMatteo e Enrico, Francesco e Benedetto: uomini, storie e responsabilità diverse. Accomunati da un unico destino: quello di avvicendarsi l’uno all’altro. Secondo un vecchio adagio la vita è fatta a scale: c’è chi scende e chi sale. Ma non tutti affrontano la perdita di potere (e di visibilità) allo stesso modo. Da questo punto di vista i nostri politici avrebbero molto da imparare dai protagonisti della Chiesa. Lo testimoniano gli eventi che hanno caratterizzato le ultime ore.
Al di qua del Tevere, dopo il giuramento di rito nelle mani di Giorgio Napolitano e al cospetto di uno degli originali della Costituzione, il nuovo presidente del Consiglio si insedia ufficialmente a Palazzo Chigi. Il protocollo prevede una solenne cerimonia di passaggio di consegne tra il premier uscente e quello subentrante. Letta arriva davanti ai flash dei fotografi senza nemmeno degnare di uno sguardo il nemico di partito; gli porge, con sufficienza, la campanella – con la quale il premier dovrebbe riportare l’ordine nei lavori del Consiglio dei ministri – quindi infila il corridoio e se ne va. Senza nemmeno dare al sottosegretario Filippo Patroni Griffi il tempo di stringere la mano al “sindaco d’Italia” ed al suo omologo, Graziano Delrio.
Ora nessuno mette in discussione il fatto che l’ex numero due di Bersani possa nutrire del livore nei confronti della persona che, in maniera così diretta e senza nessun riguardo, lo ha disarcionato da cavallo. Tuttavia, quando si esercita un ruolo istituzionale, bisogna assumere un diverso aplomb.
Spostiamoci sull’altra sponda del Tevere.
È in corso il Concistoro. In prima fila, tra le porpore schierate nella Basilica di San Pietro in attesa della consegna delle nuove berrette rosse, c’è Benedetto XVI, avvolto nel suo consueto cappotto bianco. È la prima volta che partecipa ad una cerimonia religiosa solenne dopo la rinuncia. Francesco, il successore, lo vede e, sebbene in abiti liturgici e con il pastorale, devia il percorso per salutarlo. Si abbracciano come due amici, anzi no, come due fratelli ai quali la Provvidenza ha affidato il compito di guidare, in tempi diversi, la barca di Pietro.
Qualcuno potrebbe obiettare che Letta, sfiduciato dalla direzione del Pd, è stato, di fatto, costretto a dimettersi dal rivale impaziente di prendere il suo posto, mentre il Papa teologo ha spontaneamente deciso di abbandonare.
Un dato rispondente al vero, certo. Tuttavia la differenza tra la fredda stretta di mano dei due esponenti di centrosinistra e l’abbraccio cordiale dei Papi, immortalato dalle telecamere del Ctv e trasmesso in tutto il mondo, la fa la diversa concezione del potere. Servizio da rendere alla Chiesa universale nel caso di Francesco e Benedetto, esercizio di autorità per i due democrat, l’un contro l’altro armati, i quali, quanto prima, avranno l’occasione per un “redde rationem”.
L’ex primate argentino nel corso della prolusione rivolta ai nuovi cardinali sottolinea che “se prevale la mentalità del mondo, subentrano le rivalità, le invidie, le fazioni”. Ci sorge un dubbio: e se, oltre ai futuri cardinali, il Santo Padre si stesse rivolgendo anche ai vertici del Pd?

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