A proposito dell’afflittività della pena…

di | 19 settembre 2013 | tribuna aperta | Commenti disabilitati su A proposito dell’afflittività della pena…

di Mario Di Vito*

togaNella storia millenaria della cultura giuridica del diritto penale, la formidabile saggezza dei giureconsulti romani, se da un lato accettava inevitabilmente il principio della vendetta privata, quale sanzione primitiva dei reati più gravi, quelli di sangue, dall’altro lato privilegiava già in quei tempi la volontà di accelerare il trionfo di un nuovo e più umano sistema punitivo, da affidarlo esclusivamente all’autorità delle Stato, anche se infarcito dalla pratica della legge del “taglione”. Con la caduta dell’impero romano, la nascente funzione punitiva da parte dell’autorità pubblica, impotente per se e perché mancante degli organi incaricati di applicarla, ritornò ad essere necessariamente elusa da tutti e le forme primitive di giustizia, vale a dire di giustizia privata, riacquistarono efficacia e validità. Imperarono di nuovo l’autogiustizia e la vendetta per mezzo di sicari e tutte quelle forme di giustizia incontrastate, vigenti presso i popoli germanici.

Risorsero in pieno la faida, cioè l’antica “inimicitia” e tante altre calamitose violenze. La letteratura dell’epoca è ricca di fatti, racconti ed esempi delittuosi. Nasce pure una nuova figura giuridica propria di quei tempi: il “bannum”, un nuovo istituto che autorizzava qualsiasi individuo e il popolo stesso ad uccidere il “bandito”, cioè colui che si era reso contumace o che si era dileguato o si era reso irreperibile, fuggendo, dopo aver commesso un grave misfatto. Con l’avvento dell’ordinamento cattolico ecclesiale, si realizza una nuova configurazione della funzione punitiva, con cui la Chiesa volle riporre la legge penale su una concezione migliorativa dell’espiazione della pena, proponendo, accanto alla protezione della società, soprattutto il sincero pentimento del colpevole e la sua riconciliazione con Dio e con la Comunità.

La pena si elevò così da mera espiazione a strumento significativo di miglioramento morale e si sviluppò una consistente ed analitica teorizzazione dei reati, delle sue aggravanti e delle sue attenuanti e soprattutto delle sue correità e di altri istituti, tuttora reali e presenti nei moderni sistemi normativi. Non mancarono, in verità, purtroppo, in quei tempi vizi gravissimi nell’applicazione delle pene. L’afflittività della pena si ridusse ad atrocità e barbarie oggi del tutto inconcepibili; supplizi orribili, eccessive condanne alla pena di morte per vendetta, anche per i reati piccoli, con modalità d’esecuzione spaventose, eseguite pubblicamente, perché fossero di ammonimento ed esemplari. Era normalmente praticata la decollazione, la forca, l’impiccagione, il rogo, lo squartamento, le “tenaglie”, la tortura inimmaginabile con mutilazioni di parti del corpo, l’esilio, la pubblica infamia, la distruzione delle case, il marchio rovente e visibile sulla fronte.

La vendetta sociale, insomma, si era sostituita a quella privata ed orripilanti vessazioni continuamente nuove si compivano da parte dei potenti del tempo (i feudatari), escogitate dalla loro malata fantasia, con ignobile disprezzo per tutti i valori, non solo dell’uomo, ma dell’intera umanità.

Senza accennare minimamente alla complessità, che si può dire quasi infinita, di nuovi, innumerevoli reati, con tanta solerte meschinità individuati dalla limitatezza della cultura giuridica dei passati secoli, si deve solo all’opera intelligente ed umana di eccelse menti, fra le quali emerge il famoso trattato di Cesare Beccaria “Dei delitti e delle pene”, che fu possibile lanciare un grandioso urlo di guerra contro i cennati sistemi penali, per cui finalmente la giurisprudenza pensò concretamente per la prima volta ai sacrosanti diritti dell’umanità e al loro deciso riconoscimento.

In questo periodo, in Italia, ci fu una vera ed autentica fioritura di gloriose scuole giuridiche, da quella di Gian Domenico Romagnosi a quella di Francesco Carrara, di Mario Pagano ad Enrico Pessina, di Gaetano Filangieri a Terenzio Mamiani, per cui coscienziosamente si può affermare che l’eccezionale contributo offerto dalla cultura italiana del secolo scorso ha certamente prodotto la nascita della nuova, originale ed attuale funzione della pena, bene recepita dalla nostra Costituzione Repubblicana, che è quella della sua finalità preminente, di rieducare il condannato, perché possa poi inserirsi nuovamente nel contesto civile del Paese, con animo puro e limpido, dopo aver concluso l’espiazione della pena.

L’afflittività, di conseguenza, resta ed è sempre il principio fondamentale della pena e conserva pienamente il suo contenuto ineliminabile. Costituisce sempre per il colpevole una necessaria sofferenza, con la quale deve espiare il male causato, ma lo svolgimento nel tempo della pena stessa potrà solo giovare alla sua rieducazione, alla sua emenda, al suo recupero.

La moderna dottrina riafferma ancora e giustamente per la pena una sua finalità retributiva, quale corrispettivo del male commesso, idea intramontabile di giustizia, da sempre presente nella coscienza umana, ed ancora quella pure ineliminabile finalità, definita dagli esperti intimidativa e di prevenzione generale, tendente principalmente ad impedire che siano commessi altri pericolosi reati.

Questa visione unitaria della pena, storicamente più che mai accettabile, sia dal punto di vista giuridico e filosofico, sia da quello perfettamente umano e religioso, non riesce a trovare oggi alcun valido sostegno.Una buona parte dei politici “regnanti” del nostro tempo, anzi, avvalendosi dei mass-media strettamente legati a loro per interessi ed altre motivazioni, tentano di costruire niente di meno una diffusa formazione spirituale della gente, purtroppo contraddittoria e falsa, quella di far passare la rieducazione del condannato, benchè finalità primaria della pena, come si è detto, quale sua unica ed esclusiva incombenza, costringendo i Magistrati a lasciare liberi subito i colpevoli da ogni castigo e a mandarli a  casa, con sollecitudine, anche se con prescrizioni e misure, assolutamente insufficienti e quasi del tutto incontrollabili.

Perché succede questa pericolosa discrasia nei tempi contemporanei?

La risposta è chiara, è lampante ed è immediata: la delirante e vergognosa aspirazione di detta buona parte di politici è quella di acquisire sempre più consensi alle proprie cordate, in perfetto stile oligarchico, anche se non convinti ed intimamente non accettati. La riforma della giustizia è così divenuta, oggi, davvero necessaria, urgente ed indifferibile.

*già dirigente generale

della Polizia di Stato, scrittore e saggista

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